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La trappola di Tucidide e la debolezza di Xi Ovvero come la Cina comunista finirà nella pattumiera della Storia con l’Urss

Porto di Nantong, Cina. Importazione di prodotti a base di soia. REUTERS/Stringer. Immagine fornita da China out.
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Quando nel maggio 2026 il capo del Partito comunista cinese, Xi Jinping, ha avvertito il presidente americano Donald Trump della «trappola di Tucidide», si riferiva al rischio di una guerra tra una Cina presentata come potenza in ascesa e gli Stati Uniti descritti come potenza in declino. Resta da capire se quella ipotesi sia realistica.
L’espressione risale allo storico greco Tucidide che scrisse della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta e resa celebre dal politologo contemporaneo di Harvard Graham Allison: quando una potenza emergente minaccia di soppiantare una potenza già affermata, la paura e gli errori di valutazione rendono più probabile lo scontro militare.
Il messaggio sottinteso nelle parole di Xi era chiaro: Cina e Stati Uniti dovrebbero evitare di cadere in un ciclo in cui l’ascesa di uno produce automaticamente timori e tensioni nell’altro; intendeva inoltre che la Cina è la potenza emergente e gli Stati Uniti quella in declino.
Ma il declino americano è reale, inevitabile e imminente? L’affermazione di Xi non è nuova e non è del tutto priva di fondamento. Gli Stati Uniti hanno problemi economici seri. Negli ultimi 40 anni la produzione manifatturiera si è spostata in Cina e in altri Paesi. Il debito pubblico supera i 40 mila miliardi di dollari e il divario dei redditi è ai massimi da trent’anni. I tassi d’interesse restano alti, come i prezzi del petrolio e l’inflazione complessiva. Il mercato obbligazionario è in affanno e la fiducia dei consumatori è calata. La classe media si contrae e la casa diventa sempre meno accessibile: il tasso di proprietà immobiliare tra i giovani della generazione Z è una frazione di quello conosciuto dalla generazione equivalente nel 1990.
Sono solo alcune delle difficoltà che pesano sull’economia americana.
Sono solo alcune delle difficoltà che pesano sull’economia americana.
Non c’è dubbio che la Cina sia oggi una forza economica enorme, e che questa ascesa sia avvenuta a spese degli Stati Uniti e delle altre economie occidentali. La sua manodopera numerosa e a basso costo negli ultimi vent’anni ha trasformato l’economia mondiale, il suo Pil è secondo solo a quello americano. Pechino non è soltanto il primo produttore manifatturiero del mondo: è anche il maggiore importatore di energia, cibo e materie prime, e offre quindi un mercato immenso ad altri Paesi. Domina le terre rare ed è un attore rilevante negli investimenti all’estero, anche se negli ultimi anni ha ridotto quella spinta.
Ma la dimensione economica e il predominio su alcuni mercati non coincidono con lo slancio né con la sostenibilità. È una distinzione fondamentale.
Nel 2025, la Cina ha dichiarato ufficialmente una crescita del Pil del 5 percento. Il Fondo Monetario Internazionale prevede circa il 4,5 percento nel 2026 e, soprattutto, un ulteriore rallentamento nel medio periodo. Le ragioni sono strutturali e politiche: popolazione che invecchia, forza lavoro in calo, rendimenti decrescenti sugli investimenti e produttività più debole. Non serve una recessione conclamata per entrare in un declino strutturale: se il Pil cresce del 4 percento mentre popolazione e forza lavoro si contraggono, la produttività rallenta e il debito sale, la Cina può diventare un concorrente più debole anche se il suo Pil nominale continua ad aumentare.
Altrettanto importante è un altro punto: le cifre che Pechino diffonde sono con ogni probabilità gonfiate per legittimare la permanenza al potere del Partito comunista cinese. La questione vera, quindi, non è se il Pil cinese stia già scendendo, ma se il modello che ha alimentato l’ascesa straordinaria degli ultimi decenni sia ancora in grado di produrre gli stessi risultati.
La lettura di un’America in declino è l’unica spiegazione possibile dell’avvertimento di Xi, o c’è un’altra ragione? Probabilmente potrebbe aver parlato di tutt’altro, e in realtà la situazione potrebbe essere esattamente l’opposto.
Lo slancio economico cinese sta perdendo velocità su diversi indicatori chiave, è quello che molti osservatori chiamano un rallentamento strutturale. La domanda interna è ai minimi da anni. Il settore immobiliare, che un tempo valeva un terzo del Pil, resta in crisi e continua a precipitare. La forza lavoro, un tempo vanto del Paese, si sta riducendo, tuttavia la disoccupazione giovanile resta ostinatamente alta, al 16 percento o oltre. Di conseguenza la Cina dipende sempre di più dalle esportazioni per compensare la debolezza interna.
Lo slancio economico cinese sta perdendo velocità su diversi indicatori chiave, è quello che molti osservatori chiamano un rallentamento strutturale. La domanda interna è ai minimi da anni. Il settore immobiliare, che un tempo valeva un terzo del Pil, resta in crisi e continua a precipitare. La forza lavoro, un tempo vanto del Paese, si sta riducendo, tuttavia la disoccupazione giovanile resta ostinatamente alta, al 16 percento o oltre. Di conseguenza la Cina dipende sempre di più dalle esportazioni per compensare la debolezza interna.
Non sono congiunture passeggere, sono mutamenti di struttura. A livello internazionale anche gli investimenti diretti esteri in Cina sono crollati, in calo del 99 percento rispetto a pochi anni fa. Il clima verso Pechino è cambiato, anche a causa delle sue politiche commerciali aggressive. Molti Paesi non sono più disposti ad accettare prodotti cinesi tenuti artificialmente a basso prezzo, che distruggono la loro base industriale, né il furto massiccio di proprietà intellettuale che accompagna il commercio con la Cina.
L’ascesa cinese potrebbe aver già raggiunto il culmine, e Xi parlerebbe di rivalità tra grandi potenze per distogliere l’attenzione da una realtà economica e sociale sempre più difficile: che paventi un’America in ripresa?
Si può sostenere con ragione che Pechino veda spostare il proprio vantaggio rapidamente verso gli Stati Uniti. I produttori internazionali stanno lasciando la Cina, mentre molti si trasferiranno negli Stati Uniti grazie ai nuovi accordi commerciali firmati da Trump negli ultimi due anni: si parla di circa 15 mila miliardi di dollari in nuovi impianti, potenzialmente milioni di posti di lavoro e un Pil più alto.
Si può sostenere con ragione che Pechino veda spostare il proprio vantaggio rapidamente verso gli Stati Uniti. I produttori internazionali stanno lasciando la Cina, mentre molti si trasferiranno negli Stati Uniti grazie ai nuovi accordi commerciali firmati da Trump negli ultimi due anni: si parla di circa 15 mila miliardi di dollari in nuovi impianti, potenzialmente milioni di posti di lavoro e un Pil più alto.
Questa rinascita manifatturiera sta solo iniziando e nei prossimi anni avrà un impatto positivo sull’economia americana. Nel frattempo tasse e regolamenti per famiglie e imprese sono stati tagliati e la produzione energetica interna è ai massimi storici. Anche questi effetti, però, si misureranno nel tempo. Sulla scena internazionale gli Stati Uniti hanno ridotto l’accesso cinese all’energia a basso costo con le iniziative in Venezuela e in Iran, azioni che hanno contribuito a restringere l’influenza di Pechino nel mondo.
La realtà, ovviamente, è più complessa. In alcuni settori la Cina è senza dubbio una potenza in ascesa che sfida gli Stati Uniti: è all’avanguardia a livello mondiale nell’intelligenza artificiale, nella robotica, nelle biotecnologie, nelle armi ipersoniche e in altri ambiti strategici. Ma le debolezze strutturali interne e le politiche commerciali aggressive – attuate dal Partito comunista cinese – pesano sull’economia cinese più della ripresa americana.
Il paradosso della trappola di Tucidide è che la Cina, dopo essere arrivata all’apice potrebbe vedersi chiudere la finestra per competere con gli Stati Uniti e considerare l’aggressione l’unica via per evitare il declino. Vale la pena ricordare che non è il primo regime comunista a predire il tramonto americano: i marxisti dell’Unione Sovietica dicevano la stessa cosa sessant’anni fa e oggi riposano nella pattumiera della Storia.
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