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La manipolazione mediatica che aiuta i socialisti marxisti americani

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Questo articolo vuole proporre, in sintesi, quanto occorre sapere sui Democratic Socialists of America (Dsa), organizzazione marginale che una parte della stampa e un numero relativamente esiguo di elettori intendono presentare come una forza politicamente rilevante.
Due sono le questioni fondamentali.
La prima: il Dsa è un soggetto estremista, non «socialista democratico» sul modello del Labour britannico o della socialdemocrazia tedesca. Quando alcuni commentatori la definiscono comunista, non sono lontani dal vero.
La seconda: i giornali tradizionali dedicano a questa minoranza un’attenzione sproporzionata, mentre organizzazioni conservatrici e libertarie ben più significative restano in ombra. E, come vedremo, è una cosa che si ripete regolarmente.
Sul loro sito, i Socialisti democratici d’America dichiarano di respingere le forme autoritarie di socialismo, mentre nello stesso tempo inneggiano alle imprese di Fidel Castro, il dittatore comunista che ha trasformato Cuba da dittatura relativamente moderata e prospera in un campo di concentramento afflitto dalla povertà.  Conoscere questo tributo a Castro basterebbe, da solo, a inquadrare la situazione. In linea con l’esaltazione del dittatore è anche il lessico del sito, costellato di citazioni di Karl Marx e di vecchia propaganda comunista: «il mondo da conquistare» dal Manifesto di Marx ed Engels, «lotta internazionale», «solidarietà socialista», «classe operaia» e via di seguito.
Emerge chiaramente, inoltre, come l’organizzazione non abbia alcun impegno nei confronti della verità: accusa falsamente Israele di genocidio, ma non riconosce in alcun modo i tentativi, veri, di sterminio messi in atto da formazioni anti-israeliane come Hamas. Arriva persino ad accusare assurdamente il ministro degli Esteri americano Marco Rubio di «genocidio» per il sostegno all’embargo su Cuba. Per i Socialisti democratici americani, parole e concetti sono meri strumenti politici.
Identica mistificazione pervade il richiamo alla «democrazia». Israele ha una schiacciante maggioranza ebraica: quasi tutti gli ebrei, insieme ai drusi, ai cristiani e a una parte degli arabi del Paese, sostengono lo Stato. I «palestinesi» – termine che indica gli arabi residenti in quell’area – rappresentano circa il 21 percento della popolazione israeliana. Eppure i Dsa chiedono lo «smantellamento» completo di Israele e la sostituzione con uno Stato «palestinese», ossia privilegiare la volontà di una frazione di quel 21 percento rispetto al resto della popolazione. È questa la democrazia?
Naturalmente, l’abolizione di Israele non sarebbe soltanto antidemocratica, ma anche ingiusta: gli ebrei possiedono quell’unico tratto di terra da millenni, mentre gli arabi hanno conquistato e colonizzato territori che vanno dall’Iraq al Marocco e oltre.
Le politiche interne dei Dsa prevedono il voto ai detenuti, l’abolizione del Senato e la subordinazione dell’esecutivo alla Camera dei Rappresentanti. E, ancora più grave, vorrebbero assoggettare al potere legislativo una magistratura in origine indipendente. In altre parole, eliminerebbero tanto lo Stato di diritto quanto la Costituzione degli Stati Uniti.
Si pone allora una questione elementare: come potrebbe un candidato socialista democratico americano, se anche vincesse un’elezione generale, qualificarsi per una carica pubblica? L’articolo VI, comma 3, della Costituzione dispone che tutti i legislatori e i funzionari federali e statali «siano vincolati da giuramento o dichiarazione solenne a sostenere questa Costituzione». Per un aderente a quella organizzazione, prestare un simile giuramento equivarrebbe a un falso.
Ma non si limitano a opporsi alla Costituzione, sembrano opporsi agli stessi Stati Uniti: chiedono di tagliare i fondi alle Forze armate e di abolire ogni controllo alle frontiere. Il loro programma economico immagina una società in cui resterebbe poco o nessuno spazio per la libera impresa, un obiettivo dichiarato infatti è «la fine del capitalismo», formula che suggerisce l’esclusione di ogni iniziativa privata. Nel mondo dei Dsa, come scrivono, «cibo, istruzione, energia, medicina e trasporti non sono attività a scopo di lucro, ma beni comuni e servizi pubblici». Quindi, a quanto pare, vorrebbero collettivizzare le campagne, socializzare la medicina ed espropriare le imprese: tutte misure rivelatesi disastrose ovunque siano state messe in pratica.
Cibo, istruzione, energia e quant’altro vengono definiti «diritti umani». Il sistema è noto: quando un governo etichetta un bene come «diritto umano», finisce per asservire i più svantaggiati per produrlo a favore di altri, privilegiati.
Nella stessa logica autoritaria rientra il sostegno al Green New Deal.
Il presidente Donald Trump ha osservato una volta che quel programma sembra una brutta tesina di liceo – osservazione condivisibile – e, per altre ragioni e per aspetti non secondari, evoca il fascismo.

PESO ELETTORALE INSIGNIFICANTE

Quando Alexandria Ocasio-Cortez ha vinto le primarie democratiche nel 2018, ha ottenuto meno di 17 mila voti. Quest’anno, a Denver, Melat Kiros ha fatto un po’ meglio, imponendosi nelle primarie congressuali con 58 mila voti. Sulla base di risultati così anemici, il New York Times, Time, la National Public Radio, Politico e altri organi tradizionali le hanno trasformate in celebrità nazionali.
Sul piano elettorale questa attenzione non ha senso: il risultato della Ocasio-Cortez corrispondeva a poco più di un decimillesimo dei 154 milioni di voti espressi alle elezioni del 2026. Nel 2000, chi scrive ha ottenuto tre volte quei voti – e circa quelli della Kiros – perdendo una primaria per la carica di governatore in uno Stato poco popoloso. Altro punto di osservazione sono gli iscritti: ne rivendica 120 mila. Il Partito libertario, per contro, conta 700 mila elettori registrati, e soltanto nei 31 Stati che consentono l’iscrizione ai partiti; se tutti gli Stati la permettessero, il dato sarebbe certamente più alto. Eppure il Partito libertario riceve dai media tradizionali un’attenzione quasi nulla.
Negli Stati Uniti i democratici registrati sono tra 45 e 48 milioni, i repubblicani quasi 40 milioni, aggiungendo i 700 mila libertari l’adesione nazionale al Dsa risulta poco più di un decimo dell’uno percento degli elettori iscritti ai tre partiti principali – e solo in 31 Stati. In termini elettorali, il numero dei Socialisti democratici d’America è insignificante.
Non a caso l’Istituto Brookings, di orientamento liberal, ha di recente concluso che «il successo estivo dei Dsa appare sopravvalutato, dato il modesto tasso di vittorie e la base profondamente “democratica”».
Il perverso interesse verso cose irrilevanti non è nuovo. Un esempio: durante la guerra del Vietnam, la più grande organizzazione politica studentesca degli Stati Uniti era Young Americans for Freedom (Yaf). Contava forse 80 mila iscritti su una popolazione americana che al tempo era il 60 percento di quella attuale. Su base pro capite, dunque, la Yaf – pur limitata ai giovani – superava il Dsa, aperto a tutte le età. La Yaf era conservatrice e appoggiava l’impegno americano in Vietnam. Mentre la maggiore organizzazione giovanile di sinistra, Students for a Democratic Society (Sds), professava il socialismo e si opponeva a quell’impegno ed era circa la metà della Yaf. Tuttavia, i giornalisti la osannavano ignorando per lo più la Yaf.
Una ricerca su Newspapers.com relativa agli anni 1965-1975, grosso modo il periodo del conflitto, lo dimostra: nelle Testate americane la sigla «Yaf» compare 24 mila volte, «Sds» compare 2,1 milioni di volte. Uno squilibrio sconcertante: 875 a uno a favore della più piccola organizzazione di sinistra.
Un pregiudizio del genere non nasce per caso: l’evidenza è che dare spazio a un soggetto marginale di estrema sinistra, ignorando partiti più consistenti di destra, serve a spostare il dibattito nazionale verso sinistra. In altre parole, i media hanno spostato la “finestra di Overton” (strategia che mira a rendere accettabile ciò che è inaccettabile, fin’anco a farlo diventare diventare legge) a babordo.
La legittimazione mediatica dei Socialisti democratici d’America è strumentale ai programmi di quei media che nutrono la vipera per propri fini.
La Storia insegna, però, che “nutrire la vipera” non soltanto è fuorviante, è irresponsabile. Una delle ragioni per cui Adolf Hitler è salito al potere è che certi esponenti dell’establishment hanno trattato lui e il partito nazista come opzioni rispettabili, anziché agire come avrebbero dovuto: isolarli entrambi.
È tempo che i giornalisti cessino di ossessionarci con i Dsa e volgano lo sguardo a movimenti più responsabili, più significativi e più degni dell’attenzione pubblica.

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