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La propaganda della dittatura comunista cinese influenza tutto il mondo

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Tempo di lettura: 6 Min.

Un rapporto dell’Ong per i diritti umani Safeguard Defenders getta nuova luce sul funzionamento di Cgtn, la rete televisiva internazionale del regime cinese. Cgtn: See the Difference è il titolo del documento che spiega come l’emittente sia un apparato studiato per controllare, censurare e fare propaganda. Si spaccia come rete d’informazione internazionale votata a «oggettività, razionalità ed equilibrio», ma che tale immagine sia lontana dalla realtà è noto da tempo. Quest’ultimo rapporto però va oltre mettendo a nudo una verità sconcertante: ogni parola, ogni inquadratura e ogni servizio viene calibrato meticolosamente perché risponda ai diktat del Partito comunista cinese.
Che non si tratti di giornalismo, ma di mera propaganda, non è di per sé sorprendente, sorprende invece la portata con cui l’emittente opera da portavoce propagandistico del regime.
Altrettanto sconcerto suscita chi accetta di lavorarci: spesso stranieri colti, perfettamente consapevoli di stare al servizio di un notiziario preconfezionato. Tuttavia, le interviste raccolte tra dipendenti attuali ed ex – in gran parte stranieri – mostrano anche un altro aspetto: per molti di loro il lavoro quotidiano è diventato faticoso, logorante, a tratti insostenibile. Uno dei dipendenti si è dimesso dopo aver preso coscienza del danno prodotto dai servizi sulla repressione nello Xinjiang e sui campi di internamento di massa che ne sono seguiti. Molti altri hanno scelto  semplicemente di disinteressarsi, facendo il minimo indispensabile e lavorando meccanicamente per uno stipendio facile.
Le pagine più rivelatrici del rapporto riguardano l’ambiente di lavoro nella sede di Pechino, il celebre palazzo soprannominato «i grandi mutandoni». Gli ex dipendenti descrivono una redazione priva dell’energia e del confronto che animano una Testata indipendente, in cui vige l’autocensura e chi non rispetta il copione subisce reprimende, o peggio, dove il silenzio è d’obbligo: muti gli schermi televisivi e nessuno squillo di telefono tra la redazione e gli uffici.
Ovviamente, ai conduttori è vietato improvvisare, anche quando sarebbe logico; i “giornalisti”, dal canto loro, evitano di proporre servizi: sanno benissimo che non andranno in onda e non perché le notizie non siano rilavanti, ma perché non rispettano le rigide regole imposte. Quando nell’agosto del 2019 Cgtn ha trasmesso la confessione televisiva forzata dell’attivista di Hong Kong Simon Cheng (torturato da agenti del governo cinese per estorcergli una confessione in cui ammetteva di essere una spia britannica) – evento che ha segnato il destino del canale nel Regno Unito e che ha contribuito alla sua esclusione dalle frequenze britanniche – alcuni editori stranieri intervistati per questo rapporto l’hanno definita «probabilmente il pezzo peggiore che io abbia mai montato» e hanno ammesso che «non serviva a nulla opporsi a queste cose».
Il personale infatti aveva ormai perso ogni slancio, mentre l’atmosfera di apatia alimentava un clima di paura. Alcuni dipendenti sapevano di essere sotto stretta vigilanza e lavoravano con la costante minaccia di ritorsioni. La maggior parte di quelli che se ne sono andati ha rifiutato di parlare apertamente e ha accettato di farlo solo a condizione di restare anonima. Molti hanno detto di essere rimasti colpiti dal fatto che la sede di un’emittente fosse circondata da guardie armate e che al suo interno sorgesse un edificio simile a una caserma: «Ogni giorno li vedevamo fare jogging intorno all’edificio. A volte comparivano veicoli di tipo militare».
Altra nota caratteristica: mentre per rifinire l’esterno non si era badato a spese, l’interno viene descritto regolarmente come spoglio, fatiscente, trasandato, per qualcuno «grigio e disorganizzato», e un altro ha aggiunto: «Tutto era rotto e cadeva a pezzi. I pannelli si staccavano dalle scrivanie e non c’erano abbastanza sedie».
Il rapporto di Safeguard Defenders fa emergere anche un lato grottesco, mostrando che non basta tutto il denaro del mondo per comprare una produzione giornalistica degno di questo nome, e tuttavia la cinese Cgtn resta una delle più grandi operazioni di propaganda a livello internazionale. Capirla a fondo è indispensabile per poterla contrastare efficacemente.
Nonostante appaia completamente priva di deontologia professionale, in alcune aree del mondo ottiene risultati, ed è proprio questo a renderla pericolosa. Un primo passo per affrontare la questione è comprendere la realtà quotidiana dei molti dipendenti stranieri, assunti per dare una parvenza di credibilità al canale e, in certi casi, per fungere da pubblico.
Cgtn vorrebbe invitare lo spettatore a «vedere la differenza», ma, da queste nuove testimonianze emerge come tale «differenza» venga effettivamente prodotta, e non è certo la differenza che Cgtn pretende di far vedere, o far pensare.

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