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Uccidere una persona per prelevarne gli organi è accettabile?

Uno screenshot del breve documentario "Uccisi per gli organi: il segreto di Stato cinese sul mercato dei trapianti".
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Tempo di lettura: 8 Min.
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Il compianto padre Richard John Neuhaus scrisse una frase ormai famosa secondo cui i bioeticisti «guidano professionalmente l’inimmaginabile nel suo percorso attraverso il discutibile, fino a renderlo giustificabile, finché non viene infine accettato come norma».
Aveva ragione. Le politiche bioetiche più radicali non spuntano magicamente dal nulla. Idee controverse, a volte persino perniciose, vengono prima dibattute su riviste di bioetica e di medicina che il grande pubblico quasi non legge. Quando nel settore si forma un consenso, quello che fino a ieri appariva «impensabile» viene «improvvisamente» elevato al rango del giustificabile traducendosi, senza scossoni apparenti, in “normale” politica pubblica.
Solo due esempi: la legalizzazione del suicidio assistito un tempo era al di là di ogni confine accettabile, poi i bioeticisti hanno cominciato ad argomentare in favore di quelle leggi, e la morte anticipata è diventata oggetto di dibattito, poi giustificabile; oggi, in molti ordinamenti è talmente accettabile che molte migliaia di persone sono già morte con quel sistema. Allo stesso modo, a partire dal 2009, sulle riviste specialistiche hanno iniziato a comparire articoli che proponevano di «curare» i bambini con disforia di genere con i bloccanti della pubertà; poco più di un decennio dopo, per l’amministrazione Biden la transizione farmacologica in età pediatrica appariva già così giustificabile da diventare linea ufficiale del governo federale, mentre diversi Stati a guida democratica approvavano leggi che autorizzano la revoca della patria potestà ai genitori che vi si oppongono.
È per questo che non si può ignorare l’attacco in corso, nel dibattito bioetico, alla cosiddetta “regola del donatore deceduto”, normativa americana che prevede che gli organi vitali possano essere prelevati soltanto da un donatore realmente morto. Il corollario è altrettanto chiaro: nessuno può essere ucciso per i suoi organi.
Purtroppo, l’abrogazione di questa norma è ormai arrivata allo stadio del discutibile. Il rischio è enorme: se i cittadini si convincono che, in caso di malattia grave o incidente, i propri organi – o quelli di un familiare – possano essere asportati mentre la persona è ancora in vita, o, peggio, che si possa essere uccisi per procurarseli, la fiducia nel sistema dei trapianti può crollare come un edificio mal costruito per una scossa sismica di massima potenza.
Nell’ultimo numero dell’influente Journal of Medical Ethics, un docente di bioetica sostiene che la regola del donatore deceduto sia in contrasto con altre politiche considerate già meno controverse. Poiché, sostiene, la donazione altruistica di un rene danneggia un paziente vivente – riducendone la funzione renale, senza violare la regola del donatore deceduto – sarebbe lecito prelevare anche il fegato da donatori ancora in vita.
La distinzione, però, è abissale: la donazione di un rene porta di rado alla morte del donatore e, nel caso malaugurato, è un esito non intenzionale. Mentre il prelievo del fegato da una persona viva la ucciderebbe nel giro di poche ore, senza eccezione.
Lo stesso docente paragona il caso agli interventi chirurgici sul feto, per cui la madre subisce ferite di vario tipo; cose che lei accetta ritenendole secondarie rispetto al bene del bambino. E arriva persino ad affermare che un taglio cesareo d’urgenza, che porterà probabilmente alla morte della madre per salvare il bambino, sia un esempio di danno causato dai medici: per “coerenza”, dice, questo dovrebbe consentire anche il prelievo di organi vitali mentre il donatore è ancora in vita. Ma tralascia il particolare che, nei primi due esempi la morte, se avviene, è contro la volontà di chi opera. Nell’ultimo è certa (e, superfluo aggiungere, in piena consapevolezza).
Ancora più esplicito è un articolo di parte pubblicato a luglio dal New England Journal of Medicine: non si limita infatti a sostenere che eutanasia e prelievo di organi vadano associati – pratica già in uso in Paesi come Canada, Paesi Bassi e Belgio – ma propone che, dove l’eutanasia è legale, il mezzo stesso dell’uccisione sia il prelievo. Gli autori chiamano questa proposta «morte per donazione di organi». Secondo loro, la «morte per donazione di organi» consentirebbe anche la donazione del cuore e migliorerebbe l’esito per i riceventi, riducendo il tempo di ischemia a temperatura corporea, e abbassando i tassi di disfunzione primaria dell’organo a livelli simili a quelli ottenuti con la donazione dopo morte cerebrale. Potrebbe inoltre, sempre secondo loro, allargare in misura sostanziale il bacino dei donatori salvando molte vite.
Quanto sono diventate “rispettabili”, e proponibili al pubblico, queste e altre idee di uccidere per prelevare organi? Niente di più prestigioso del New England Journal of Medicine o del Journal of Medical Ethics. Sull’idea di uccidere per gli organi infatti si può ormai «dibattere» anche ufficialmente: uno degli autori della «morte per donazione di organi» è stato intervistato da National Public Radio, l’emittente pubblica statunitense.
Mettere la Regola del donatore deceduto nel mirino della bioetica è quantomeno imprudente e enormemente pericoloso. La fiducia dell’opinione pubblica in proposito è già ridotta al lumicino.
Il provvedimento del ministro della Sanità americano Robert F. Kennedy Jr. ha ulteriormente sminuito tale fiducia, revocando la certificazione federale a due organizzazioni di prelievo di organi, in Florida e nel Kentucky, per gravissime violazioni etiche. Nel Kentucky, l’organizzazione insisteva per proseguire col prelievo nonostante il donatore desse segni di vita: per fortuna i medici si sono rifiutati e, non certo grazie a chi voleva operare, quel paziente si è ripreso ed è tornato a casa.
Va sottolineato quindi che nel dibattito bioetico la «morte per donazione di organi» è tuttora controversa e continua a essere illegale anche dove il suicidio assistito è consentito. Ma lo stato attuale non autorizza alcuna tranquillità. La tutela dell’etica nella medicina dei trapianti è troppo importante per lasciarla ai soli bioeticisti.
Se si vuole impedire che la donazione di organi si trasformi in un’operazione macabra, da film dell’orrore, e si conservi la fiducia nel mondo medico che salva (o dovrebbe salvare) le vite, bisogna rendere in termini assolutamente chiari che questo dibattito deve concludersi nell’unico modo possibile: nessuno dovrà mai essere ucciso per i suoi organi.
Solo allora questa proposta omicida potrà essere ricacciata nella tomba dell’impensabile, dove deve restare.
Se si vuole impedire che la donazione di organi si trasformi in un’operazione macabra, da film dell’orrore, e si conservi la fiducia nel mondo medico che salva (o dovrebbe salvare) le vite, bisogna rendere in termini assolutamente chiari che questo dibattito deve concludersi nell’unico modo possibile: nessuno dovrà mai essere ucciso per i suoi organi.
Solo allora questa proposta omicida potrà essere ricacciata nella tomba dell’impensabile, dove deve restare.
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