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Taiwan deve entrare nell’Onu

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«Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […] a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole
a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e alle altri fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti […]  a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà […] abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini […] [istituendo] un’organizzazione internazionale che sarà denominata le Nazioni Unite»
Dal preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite firmato il 26 giugno 1945 a San Francisco

Mentre i capi di Stato e di Governo si riuniscono a New York per l’81esima Assemblea generale delle Nazioni Unite – composta da 193 Paesi –  la comunità internazionale affronta una crisi di fiducia profonda. I conflitti in corso in Ucraina e in Medio Oriente, insieme alla crescente aggressività dei regimi autoritari nello Stretto di Taiwan, nel Mar Cinese orientale e meridionale e nella Penisola coreana, mettono in discussione il fondamento stesso del multilateralismo che ha ispirato la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Il tema scelto quest’anno, Ripristinare la fiducia, governare la trasformazione: un’Onu al servizio di tutti, suona come un richiamo quanto mai tempestivo a quei principi. Tuttavia, qualsiasi trasformazione significativa del sistema delle Nazioni Unite resterà incompleta se continua a escludere Taiwan, attore economico di straordinaria resilienza e partner già collaudato negli aiuti umanitari e nello sviluppo sostenibile.
Taipei dimostra da tempo di voler essere una «forza positiva», attraverso le azioni di governo, una società civile dinamica e un’industria tecnologica d’avanguardia. Dall’inizio della massiccia invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, le autorità taiwanesi e il settore privato hanno destinato oltre 130 milioni di dollari alla ricostruzione di infrastrutture essenziali e al soccorso umanitario. Inoltre, attraverso il Diplomatic Allies Prosperity Project, Taiwan ha integrato sistemi digitali di assistenza sanitaria in Paraguay, realizzato riserve strategiche di petrolio in eSwatini e introdotto tecnologie mediche avanzate all’Ospedale nazionale di Palau.
Iniziative che costituiscono esempi concreti e praticabili per la gestione dei dati, la sicurezza energetica e la crescita industriale, pilastri fondamentali degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Onu.
Al di là del contributo umanitario dato, Taiwan è indispensabile alla stabilità economica mondiale. Come snodo cruciale delle rotte marittime internazionali e arteria principale delle catene di fornitura tecnologiche, la pace nello Stretto non è una questione regionale: è un imperativo mondiale. Una realtà che trova costante riscontro nel G7 e negli incontri ministeriali bilaterali tra il Canada e i suoi alleati. Il transito di navi della Marina canadese nello Stretto di Taiwan è un messaggio chiaro: mantenere la stabilità tra le due sponde è vitale per l’ordine internazionale basato sulle regole.
Tuttavia, le manovre geopolitiche continuano a paralizzare la missione originaria su cui l’Onu è stata fondata nel 1945: la Russia abusa del diritto di veto in Consiglio di sicurezza e la Repubblica popolare cinese strumentalizza sistematicamente la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale. Associando falsamente tale risoluzione al principio «Una sola Cina», Pechino impedisce a Taiwan di partecipare al sistema delle Nazioni Unite. Infatti, la risoluzione è stata adottata nel 1971 e riguardava solo la rappresentanza della Cina: non cita Taiwan, non ne definisce lo status politico e non la esclude dalle agenzie specializzate dell’Onu.
Il tema del TaiwanFest 2026, l’annuale appuntamento culturale che ha luogo a Toronto e Vancouver, ha colto il vero spirito dell’isola: Che Taiwan sia Taiwan, un sentimento che trova eco nei 125 mila canadesi di origine taiwanese e nei milioni di cittadini che vivono in una società libera e solida. Decenni di governo democratico hanno forgiato un’identità distinta e resiliente che, a fronte delle provocazioni e delle persistenti intimidazioni militari di Pechino, ha potuto solo rafforzarsi.
La pressione politica potrà tenere i rappresentanti taiwanesi fuori dalle sedi dell’Onu, ma non può sminuire la capacità né la volontà di Taipei di contribuire al progresso mondiale. Se le Nazioni Unite vogliono davvero «agire per il bene di tutti» e non lasciare indietro nessuno, devono superare l’esclusione politica.
Accogliere Taiwan non è una concessione politica, ma una necessità pragmatica per un mondo più sicuro e sostenibile.
Angel Li-hsin Liu, direttore generale dell’Ufficio economico e culturale di Taipei a Vancouver

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