COMMENTI
Platone aveva previsto l’era dell’intelligenza artificiale

Depositphotos
| Aggiornato alle
Condividi articolo
Tempo di lettura: 9 Min.
Tempo di lettura: 9 Min.
Gli sconvolgimenti e le possibilità conseguenti all’invenzione e alla diffusione di una nuova tecnologia non sono una novità: più di duemila anni fa il filosofo greco Platone si interrogava su questioni simili a quelle che oggi pone l’intelligenza artificiale. Per il grande pensatore dell’antichità, l’invenzione che suscitava sia entusiasmo che inquietudine era l’arte della scrittura.
Quella che a noi, abituati all’onnipresenza della parola scritta, può apparire una pratica innocua, nell’Atene del IV secolo a.C. era vista da alcuni come una minaccia esistenziale per la cultura artistica tradizionale, la religione, l’educazione, nonché per le istituzioni politiche e giuridiche, tutte fondate sulla tradizione orale. Platone riteneva che la scrittura non garantisse una saggezza maggiore o una memoria più ampia, come sostenevano i fautori, ma che anzi potesse trasformarsi in una sorta di “stampella” che avrebbe vanificato i benefici derivati dal paziente lavoro di memorizzare Omero, di recitare le preghiere a memoria o di esercitarsi in un discorso da pronunciare al Consiglio cittadino o in tribunale.
Quella che a noi, abituati all’onnipresenza della parola scritta, può apparire una pratica innocua, nell’Atene del IV secolo a.C. era vista da alcuni come una minaccia esistenziale per la cultura artistica tradizionale, la religione, l’educazione, nonché per le istituzioni politiche e giuridiche, tutte fondate sulla tradizione orale. Platone riteneva che la scrittura non garantisse una saggezza maggiore o una memoria più ampia, come sostenevano i fautori, ma che anzi potesse trasformarsi in una sorta di “stampella” che avrebbe vanificato i benefici derivati dal paziente lavoro di memorizzare Omero, di recitare le preghiere a memoria o di esercitarsi in un discorso da pronunciare al Consiglio cittadino o in tribunale.
Perché imparare le preghiere a memoria quando si possono semplicemente leggere? Perché memorizzare Omero quando è possibile rileggere esattamente le sue parole? Perché imparare a memoria un discorso quando basta scriverlo?
I termini del dibattito nell’era dell’intelligenza artificiale restano sostanzialmente gli stessi: perché faticare a ricordare le date delle Guerre d’Indipendenza quando basta una ricerca su Google? Perché studiare la matematica quando l’Ia fa i calcoli in un batter d’occhio? Perché disegnare qualcosa quando Grok Imagine lo fa in un attimo dal nulla?
Gli svantaggi che accompagnano ogni sconvolgimento tecnologico sono evidenti e ben noti a chiunque studi la Storia.
Ma Platone non intendeva tornare indietro o fermare il tempo, e nemmeno noi dovremmo farlo. Anche l’osservatore più distratto comprende che i progressi tecnologici possono servire al bene comune. Se da un lato una nuova tecnologia può minacciare le istituzioni basate su competenze e saperi consolidati, da un altro regala del tempo a chi saprà impiegarlo in modo produttivo.
La tecnologia può aprire la strada a nuove istituzioni, a nuove forme di cura, a nuove frontiere della conoscenza; può lasciare spazio ed energie da dedicare a chi amiamo. Può dare più tempo al medico da dedicare ai suoi pazienti, allo scienziato per la ricerca, a una madre per i figli: che cosa c’è da obiettare? Quando il frate non ha più dovuto memorizzare le note musicali per recitare le preghiere, ha potuto dedicarsi alla teologia, così, all’improvviso è nata una nuova istituzione: l’università. Ben venga la tecnologia.
Ma Platone non intendeva tornare indietro o fermare il tempo, e nemmeno noi dovremmo farlo. Anche l’osservatore più distratto comprende che i progressi tecnologici possono servire al bene comune. Se da un lato una nuova tecnologia può minacciare le istituzioni basate su competenze e saperi consolidati, da un altro regala del tempo a chi saprà impiegarlo in modo produttivo.
La tecnologia può aprire la strada a nuove istituzioni, a nuove forme di cura, a nuove frontiere della conoscenza; può lasciare spazio ed energie da dedicare a chi amiamo. Può dare più tempo al medico da dedicare ai suoi pazienti, allo scienziato per la ricerca, a una madre per i figli: che cosa c’è da obiettare? Quando il frate non ha più dovuto memorizzare le note musicali per recitare le preghiere, ha potuto dedicarsi alla teologia, così, all’improvviso è nata una nuova istituzione: l’università. Ben venga la tecnologia.
Come ogni animo conservatore, però, Platone nutriva un profondo pessimismo sul corso intrapreso dalla cultura. Non attribuiva però la colpa alla tecnica in sé, bensì a chi se ne serviva per manipolare gli ignoranti e i vulnerabili.
L’arte della retorica, di gran lunga precedente, gli era apparsa più pericolosa della divulgazione della scrittura, ed erano i sofisti a preoccupare maggiormente Platone. Dobbiamo a lui se oggi «sofista» o «sofistico» sono diventati termini spregiativi, usati per screditare un avversario i cui argomenti appaiono opportunisti o manipolatori. I sofisti vendevano la propria merce promettendo che tramite la loro arte si poteva ottenere quanto si desiderava in tribunale e nell’arena politica. Come? Imparando a far apparire più forte l’argomentazione più debole. Chi ci riesce, ha il mondo in pugno: in una cultura orale che esaltava la retorica, che cosa poteva esserci di più prezioso? La verità, rispondeva Platone.
L’arte della retorica, di gran lunga precedente, gli era apparsa più pericolosa della divulgazione della scrittura, ed erano i sofisti a preoccupare maggiormente Platone. Dobbiamo a lui se oggi «sofista» o «sofistico» sono diventati termini spregiativi, usati per screditare un avversario i cui argomenti appaiono opportunisti o manipolatori. I sofisti vendevano la propria merce promettendo che tramite la loro arte si poteva ottenere quanto si desiderava in tribunale e nell’arena politica. Come? Imparando a far apparire più forte l’argomentazione più debole. Chi ci riesce, ha il mondo in pugno: in una cultura orale che esaltava la retorica, che cosa poteva esserci di più prezioso? La verità, rispondeva Platone.
Anzi, è proprio la verità a consentire al sofista di avere successo, perché il fascino delle loro parole seducenti e dei ragionamenti speciosi sta nella somiglianza con la verità. Inoltre, messe per iscritto, quelle argomentazioni diventano più facilmente analizzabili e verificabili. Quindi, insieme alla diffusione della retorica e della scrittura dei sofisti esisteva comunque la speranza che la verità potesse sempre emergere.
Il problema è che noi esseri umani, creature fragili, deboli, smemorate e spesso vili, cerchiamo abitualmente scorciatoie verso la verità, optando per l’apparenza piuttosto che per quello che è.
Esponenti della Silicon Valley come Stephen Wolfram e Peter Thiel iniziano a riconoscere il crescente valore della formazione filosofica che Platone prediligeva – la ricerca della verità – e sostengono che il futuro appartiene alle «persone delle parole» piuttosto che alle «persone dei numeri». L’ascesa dell’intelligenza artificiale valorizza l’educazione umanistica, in cui gli studenti vengono idealmente formati a pensare in modo etico, creativo e persuasivo. L’Ia deve essere al nostro servizio, e per questo servono persone capaci di riflettere su di essa.
Ma per un filosofo di stampo platonico questo non basta. La vita dell’intelletto non può mai essere subordinata all’utilità; paradossalmente, è proprio questo a rendere la filosofia, come l’amicizia, così utile. Bellezza, verità e bontà vanno perseguite per se stesse. Un amico non è tale se ti vuole solo per ciò che puoi dargli, ma l’amico che non chiede nulla se non la tua compagnia è il migliore che si possa avere quando le cose si mettono male.
Platone credeva che ciò fosse dovuto al fatto che la vita intellettuale e l’abitudine all’amicizia fossero in definitiva espressione di ispirazione o “follia”. Fu il poeta ispirato a scrivere la grande tragedia, non il tecnico. Fu il filosofo ad amarti per ciò che sei e che potresti ancora diventare, non il sofista. Il poeta, il filosofo e l’amante, per Platone, erano tutti un concentrato di immaginazione, per parafrasare il bardo. La nostra creatività è frutto della libertà. Secondo Platone, siamo più liberi quando amiamo. L’amore è qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai offrire e di cui noi esseri umani non possiamo fare a meno. Il pensiero autentico – la vera ricerca della verità – è indissolubilmente legato alla ricerca di una vita appagante insieme ai propri amici.
Qualunque sia la sua utilità nel colmare un bisogno crescente nell’ambito della salute mentale, l’intelligenza artificiale non può sostituire la cura di un’altra persona, disposta a sacrificare tempo, intelligenza ed energia emotiva per dedicarti attenzione. Nemmeno la terapia di per sé è del tutto sufficiente. In fondo, pensava Platone, le persone hanno bisogno di sapere che un altro essere umano darebbe tutto per loro, fino a sacrificare la vita.
Per gli esseri umani questo livello di impegno reciproco non è facoltativo. La tecnologia è buona soltanto nella misura in cui ci aiuta a soddisfare questo bisogno profondo e fondamentale.
Per gli esseri umani questo livello di impegno reciproco non è facoltativo. La tecnologia è buona soltanto nella misura in cui ci aiuta a soddisfare questo bisogno profondo e fondamentale.
La posizione di Platone non è anti-tecnologica, egli stesso ha usato la scrittura. La sua risposta è ironica e giocosa: sperimentare un poco, osservare che cosa può fare e in che modo può aiutare ma, in nessun caso, affidare il cuore o la mente a uno strumento. Come il martello alla ricerca di un chiodo, l’Ia non pensa né ama, ma può aiutarti a costruire qualcosa per chi ami. I rischi morali e materiali dell’intelligenza artificiale vanno studiati con attenzione e resi molto, molto chiari.
Troviamo conforto nel sapere che, nell’affrontare questa nuova e rivoluzionaria tecnologia, godiamo della buona compagnia della mente che per prima ha visto e riflettuto sui problemi posti da una nuova invenzione, un pioniere egli stesso, uno degli uomini più saggi che abbiano camminato su questa Terra: Platone.


Copyright Epoch Times
Articoli attuali dell'autore







