L’ultima analisi del ministero della Guerra statunitense dipinge un quadro particolarmente allarmante riguardo alla possibilità di invasione di Taiwan da parte della Repubblica Popolare Cinese. Secondo il Pentagono, l’esercito cinese dispone ormai di tutti gli strumenti necessari per un assalto all’isola: forze aeree, navali e terrestri pienamente operative. Appare evidente che la dittatura comunista cinese non si limiti più a esercitazioni dimostrative ma stia conducendo vere e proprie prove di invasione sempre più realistiche e coordinate.
Il Pentagono si è concentrato soprattutto sui danni che la Cina sarebbe in grado di infliggere a Taiwan, ma è altrettanto fondamentale analizzare la dinamica inversa, ovvero cosa possa fare Taiwan per difendersi e resistere all’aggressore, e in quali guai si troverebbe il regime cinese se tutto non andasse secondo i suoi piani. L’ultima cosa che il regime cinese vuole è affrontare un nemico invisibile, difficile da individuare e in costante movimento, capace di colpire con precisione da direzioni diverse e a lunga distanza. E qui entra in gioco l’aiuto degli Stati Uniti. Recentemente infatti l’amministrazione Trump ha annunciato un accordo di fornitura di armi a Taiwan per un valore complessivo di 11 miliardi di dollari, capaci di rafforzare in modo significativo la capacità di Taipei di condurre proprio il tipo di guerra che la dittatura comunista teme di più. Le armi americane riflettono infatti una trasformazione già in atto nella dottrina difensiva taiwanese: da una difesa vecchia, statica e facilmente neutralizzabile, a un’impostazione mobile, difficile da individuare ed estremamente efficace.
Tra le forniture statunitensi figurano i sistemi missilistici Himars; lanciatori mobili a lungo raggio in grado di distruggere le navi della marina cinese ancora prima che possano salpare. Il pacchetto comprende inoltre missili anticarro portatili Tow e Javelin. Queste armi, in particolare i Javelin, hanno dimostrato la loro efficacia nel rallentare l’avanzata russa in Ucraina, anche grazie agli errori tattici di Mosca. Ultimi ma non meno importanti poi i droni Altius che, se impiegati correttamente, potrebbero rendere estremamente complesso e costoso lo sbarco delle forze anfibie cinesi. Affrontare un cielo saturo di droni è oggi uno degli sviluppi più inquietanti e ostici della guerra moderna, sia per chi attacca che per chi difende.
Gli istruttori militari statunitensi sono già presenti sull’isola, e parallelamente le forze armate taiwanesi si stanno addestrando negli Stati Uniti insieme ai reparti americani. Di conseguenza, le capacità militari di Taiwan stanno migliorando progressivamente, dopo oltre quarant’anni di isolamento imposto dalle precedenti amministrazioni statunitensi. Al tempo stesso, il Partito comunista cinese, pur adottando una atteggiamenti aggressivi, finora ha sempre abbaiato ma mai morso: il regime cinese non ha mai combattuto nessuna vera guerra. Quindi, una vittoria della dittatura comunista cinese su Taiwan appare tutt’altro che scontata.
Inoltre, in uno scenario del genere il Partito comunista cinese si troverebbe ad affrontare un problema militare molto più complesso del previsto, soprattutto se l’obiettivo della Cina fosse – come è d’altronde più probabile – una guerra lampo, che la Storia – da Napoleone e poi Hitler, fino a Putin – ha insegnato essere spesso una pia illusione. É quindi evidente che il regime voglia evitare una reazione coordinata degli Stati Uniti e della comunità internazionale, oltre a prevenire il rischio che l’opinione pubblica cinese si “ribelli” a un conflitto prolungato, che graverebbe inevitabilmente su un’economia già segnata da una pesante crisi.