Il mito di San Michele e il suo significato

In questa serie, ‘Miti, la strada verso casa’, l’autore James Sale rivela perché i miti, tutt’altro che scontati al giorno d’oggi, rimangano cruciali per comprendere il ruolo degli esseri umani nell’universo, e forse anche per la loro futura sopravvivenza.

 

Nei miti e nelle storie antiche sono contenute perle di saggezza e idee ormai dimenticate, perciò è sempre più difficile comprenderne l’importanza. Uno di questi miti è la storia di San Michele.

“Michele sconfigge gli angeli caduti”, 1660-65 circa, di Luca Giordano. (Pubblico Dominio)

Il fatto che Michele sia stato santificato è, francamente, piuttosto bizzarro, dal momento che non si tratta di un essere umano. Era infatti il «grande principe di tutti gli angeli» e uno dei quattro arcangeli (Gabriele, Raffaele e Uriele) che, insieme a Michele, presidiavano rispettivamente est, ovest, nord e sud. In altre parole proteggevano la terra con la propria influenza benefica.

Ma la cosa più importante da sapere sul suo conto è che ‘lui’ (senza dimenticare che gli angeli tradizionalmente sono asessuati) è l’arcangelo supremo, comandante in capo dell’esercito angelico, e che nel libro dell’Apocalisse conduce la lotta contro Satana. Inoltre, secondo la tradizione cristiana esistono nove livelli di angeli: quelli più in alto, i serafini, sono i più potenti in quanto più vicini a Dio, e Michele appartiene a questo gruppo.

In altre parole, si può dire che Michele (tralasciando il titolo di santo) sia, al di sotto di Dio, il più potente tra tutti gli esseri creati da Dio, fatta eccezione, forse, per l’angelo della luce, Lucifero, che però cadde diventando Satana.

Non sorprende dunque che, secondo l’insegnamento cattolico, la principale responsabilità di Michele sia quella di combattere Satana, il che suggerisce una comparabilità tra i due. Detto ciò, quale è il significato del nome ‘Michele’?

‘Chi è come Dio?’

“San Michele arcangelo libera le anime del purgatorio”, XVII secolo, di Jacopo Vignali. (Pubblico Dominio)

Il nome Michele deriva dall’ebraico Mikha’el, che significa ‘Chi è come Dio?’. È una domanda retorica, ed è proprio in essa che risiede il significato di questo mito.

Si immagini per un momento di essere l’essere più potente, carismatico e dinamico del creato, che pensieri si avranno? ‘Quanto sono meraviglioso, potente, carismatico e dinamico’? Narcisismo? No, quello che il suo intero essere esprime è la consapevolezza dell’esistenza di un abisso, un vuoto, persino un universo, tra lui e quella realtà trascendente e innominabile, che tutt’alpiù può farsi chiamare ‘sono ciò che sono’, ossia l’Essere stesso.

Risulta immediatamente chiaro che non si è nulla difronte a quella trascendente e innominabile realtà. Il Creatore si trova su un piano diverso rispetto alle opere della creazione, e contemplando il Creatore – come suggerisce il nome di Michele – non si può far altro che assumere un atteggiamento di profonda umiltà, poiché qualsiasi altro atto sarebbe una stupidaggine. Com’è stupido, ad esempio, cercare di impressionare Dio, come se Dio un giorno dovesse dire: «Hey, Tom, che bella la tua voce; vorrei tanto saper cantare come te», oppure «Hey, Giovanna, che grande imprenditrice che sei!; vorrei fare anche io degli affari multimilionari come te!».

Questi due esempi possono sembrare particolarmente stupidi, ma pensandoci meglio, effettivamente, quanto spesso gli uomini tentano di impressionare l’universo con quello che fanno?

Un modello

Ma c’è un aspetto ancora più importante da considerare. Effettivamente la domanda ‘Chi è come Dio?’ ricorre in tutte le religioni e le sane pratiche secolari.

San Michele pesa le anime durante il Giudizio Universale, “Antiphonale Cisterciense”, XV secolo, Abbazia di Rein, Austria. (Pubblico Dominio)

Come dovrebbe essere un essere umano? Ci sono sempre dei modelli da seguire. In effetti si può crescere solo avendo un grande modello al quale si desidera ‘assomigliare’.

I cristiani, ad esempio, vengono esortati a prendere Cristo come modello, o a vedere il mondo con gli occhi di Cristo. I buddisti ambiscono ad assomigliare a Budda. Nella società ci sono le scuole, le università, il governo, le forze armate, le imprese e ogni genere di organizzazione, nelle quali fare progressi significa diventare ‘come’ i rispettivi modelli ideali.

San Michele Arcangelo, vestito da soldato romano, sul punto di uccidere il diavolo -rappresentato come un drago- con una spada di fuoco. Il suo scudo porta la frase latina QUIS UT DEUS? “Chi è come Dio? (Pubblico Dominio)

Carl Rogers riteneva che il concetto di se – il cuore della propria identità – avesse tre distinte sotto-categorie: la propria autostima (la stima che si nutre verso sé stessi), l’immagine di sé (l’immagine mentale che ciascuno ha di se stesso), e il proprio sé ideale (come si vorrebbe essere).

Naturalmente, il proprio sé ideale è una proiezione futura, nella quale si ambisce a diventare o qualcosa di altro (una distorsione del proprio vero sé), o colui che si era destinati a essere (il proprio vero sé). Il secondo caso è quello della ghianda che diventa una quercia, un lungo processo che inizia sin dalla nascita.

I bambini in una famiglia normale ambiscono a diventare ‘come’ la propria madre o il proprio padre, o ad assomigliare a entrambi in determinati e distinti aspetti. Senza degli adeguati modelli comportamentali (e quindi dei mentori che ci guidino), non è possibile ‘crescere’, perché non si riesce a scorgere quello che si diventerà in futuro.

Questo discorso è ancora più pregnante nel mondo dei miti e delle religioni, dove la promessa consiste nel diventare ‘come Dio/divinità’ o ‘divino’. Il destino degli esseri umani è diventare ‘divini’, e, paradossalmente, ciò ha inizio proprio quando ci si rende conto del divario che ci separa da quei modelli, come nel caso di ‘Chi è come Dio?’.

Se ci fossero veramente uomini simili alle divinità, come dovrebbero essere secondo le scritture in cui appare la figura di Michele?

Le qualità essenziali del modello

Icona bizantina di San Michele del X secolo, in oro e smalto, dal tesoro della Basilica di San Marco. (Pubblico Dominio)

Si potrebbe dire che siano tre le qualità fondamentali che appartengono al nostro concetto di divinità.

La prima è la libertà. Dio è libero. Tutti vogliono essere liberi, e questa magia avviene quando quello che si vuole fare corrisponde esattamente con quello che l’universo, il Tao, o Dio, si aspettano da noi. In questo modo si rompono completamente le catene della dipendenza e dell’impulsività.

La seconda è la saggezza, o capacità di comprensione. Non si tratta di un titolo o di una qualifica accademica, ma di una profonda comprensione del funzionamento dell’universo, e della capacità di agire in armonia con esso. Naturalmente, come nel caso della libertà, è necessaria una dimensione morale perché la saggezza possa definirsi saggezza. Il Vecchio Testamento lo esprime con le seguenti parole: «Coloro che mi odiano [la saggezza, ndr] amano la morte».

Terza, e ultima, l’amore o la compassione. Come mai? Perché gli esseri divini vedono la bellezza del creato, la sua interconnessione, la complessità, le sue straordinarie qualità, e vedere una tale bellezza ovunque, che circonda ogni cosa, equivarrebbe di per se ad amare. Naturalmente questo amore verrebbe offerto senza condizioni, dal proprio cuore, perché vedere una tale meraviglia permetterebbe di sentirla, e quindi averne cura.

Pertanto, il nome di Michele racchiude questa incredibile storia che permette di scorgere una realtà trascendente: comprendendo le proprie mancanze si scoprirà che è possibile migliorare.

Potrebbe sembrare una strada difficile da percorrere, ma non si dimentichi che è stata dura anche per Michele. I Serafini hanno sei ali, un paio delle quali costantemente piegate sopra gli occhi per evitare che vengano accecati dalla grande intensità della realtà assoluta (visibile).

 

James Sale è un uomo d’affari inglese, fondatore di Motivational Maps, che è attiva in 14 Paesi. Sale è autore di oltre quaranta libri pubblicati da importanti editori internazionali, come Macmillan, Pearson, e Routledge.

Articolo in inglese: The Myth of St. Michael and What It Tells Us

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