Orfeo e Euridice, il mito che spiega i miti

In questa serie, ‘Miti, la strada verso casa’, l’autore James Sale spiega perché i miti, tutt’altro che scontati al giorno d’oggi, rimangano cruciali per comprendere il ruolo degli esseri umani nell’universo, e forse anche per la loro futura sopravvivenza.

La musica di Orfeo era così bella da incantare le ninfe. “Nymphs Listening to the Songs of Orpheus”, 1853, di Charles Jalabert. (Dominio Pubblico)

Il viaggio dell’anima! È un tema che ha sempre affascinato l’umanità. Ci sono molti miti e leggende che descrivono il viaggio di un eroe nell’aldilà, lì dove risiedono le anime. Oggi la parola ‘anima’ (soul) è un po’ fuori moda, se non quando utilizzata in modo descrittivo, come nel caso della ‘musica soul’. Anche in questa accezione è possibile scorgere il suo vero significato: la musica soul è una musica autentica, che proviene dalla profondità dell’essere umano, una musica capace di commuovere perché, priva della falsità dell’intelletto, scuote a livello fondamentale ed emotivo, il nostro essere. In effetti oggi spesso per riferirsi all’anima si usa l’espressione ‘sé’ o ‘vero sé’. In questo modo, il viaggio per trovare l’anima è diventato la via per trovare il proprio vero sé. Tra questo genere di storie una delle più grandiose è quella di Orfeo.

 

Orfeo e la sua anima

Il giorno delle nozze tra Orfeo ed Euridice, la sposa viene morsa da un serpente e muore. “Orfeo piange la morte di Euridice”, 1814, di Ary Scheffer. (Pubblico dominio)

Orfeo (traducibile come ‘oscurità’, o ‘senza padre’) era un poeta e cantore figlio del dio Apollo, la divinità della luce, della poesia e della medicina. La moglie di Orfeo, Euridice (traducibile come ‘profonda giustizia’), che il cantore amava con tutto se stesso, viene morsa da un serpente e muore. Distrutto dal dolore, Orfeo, le cui parole e musica potevano commuovere persino le rocce, decide di discendere nell’Ade, dove risiedono i morti, per incontrare Ade, il dio degli inferi, e convincerlo a lasciar tornare la sua amata nel regno dei vivi.

A questo punto è necessario fare due osservazioni: la prima è che Euridice è stata uccisa dal morso di un serpente. Perché proprio un serpente? Cosa ricorda il serpente? Si, proprio il Giardino dell’Eden, un altro mito. I serpenti sono il simbolo della conoscenza o della saggezza, ma non in senso positivo, come siamo abituati a comprenderla. Come ha scritto Wordsworth, ‘uccidiamo per dissezionare e ottenere conoscenza’: l’Albero della conoscenza porta alla rovina, inganna gli uomini facendogli credere di essere delle divinità, mentre in realtà non lo sono.

La seconda questione è: chi è Euridice in fin dei conti? Sua moglie? Sì, in un certo senso, per lui è la persona più bella e adorabile al mondo. Ma, su un piano più profondo, Euridice rappresenta l’anima di Orfeo; è l’anima della sua identità maschile, il suo vero amore, la cosa più preziosa secondo le tradizioni spirituali di Oriente e Occidente – la perla più rara.

Il viaggio di Orfeo nell’Ade

Cosi Orfeo, dopo aver trovato l’entrata dell’Ade, inizia la lunga discesa. Sulla via affronta molte difficoltà e supera ogni pericolo con la poesia e il canto. Riguardo la sua discesa, ci sono due cose particolarmente degne di nota: la prima è che lui si spinge più in profondità di qualsiasi altro eroe greco, incluso Eracle. Quindi il potere della musica e della poesia si dimostra superiore a tutte le armi fisiche e alla straordinaria forza degli eroi convenzionali.

La musica di Orfeo era così bella che poteva incantare gli animali. Antico mosaico pavimentale romano, di Palermo, ora nel Museo Archeologico Regionale Antonio Salinas. (Pubblico Dominio)

Come ha scritto Ann Wroe citando Francis Bacon: «Come i lavori della saggezza superano in dignità e potenza quelli della forza, cosi le imprese di Orfeo superano quelle di Eracle». Quando Orfeo suona la lira i tormenti dell’Ade si placano, persino i dannati smettono di agire insensatamente e la loro razionalità inizia a emergere. Questo è il potere della bellezza. Tutto torna a vivere, poiché la musica celeste della sua lira riconnette ogni cosa alla propria origine divina, e dunque viva.

Alla fine riesce a raggiungere la sala del trono dell’inferno e si erge in piedi di fronte ad Ade, il re, e a Persefone, la regina. Qui accade un terzo, straordinario fenomeno: ascoltando la musica di Orfeo, Ade versa una lacrima (una lacrima nera come il catrame), un evento unico nella mitologia greca. La musica commuove persino i morti, e, come ricompensa, Ade accetta di permettere a Euridice di tornare nel regno dei vivi.

Sebbene la ‘realtà’ e la conoscenza abbiano ucciso la sua anima, l’immaginazione di Orfeo, manifestata attraverso il canto e la musica, è emersa, permettendogli di trovare un accordo con la stessa morte, affinché possa fare ritorno, con la sua anima rinnovata. In ogni caso emerge il limite ultimo degli esseri umani: un accordo con una divinità.

Difronte al trono di Ade e Persefone, Orfeo porta via Euridice. ‘Orfeo ed Euridice’, di Jean Raoux. (Il Museo J. Paul Getty)

Il mito che spiega perché i miti sono importanti

Ma Ade ha una condizione da porre: che Euridice segua Orfeo nell’ascesa, e l’eroe non si volti mai a guardarla prima di aver raggiunto la luce.

Orfeo accetta e si appresta sulla via del ritorno. Adesso ha la promessa di Euridice, ma affinché divenga realtà deve innanzitutto credere alla parola della divinità: la sua amata lo sta realmente seguendo, o scoprirà di essere stato ingannato dopo aver raggiunto la superficie? Inoltre non deve voltarsi a guardare l’anima direttamente nell’irreale mondo dell’Ade. Si dice ‘irreale’ perché è cosi che la morte appare agli esseri umani, come del resto lo stesso inferno.
Sebbene in un certo senso l’inferno (l’Ade) sia più reale del mondo in cui vivono gli esseri umani. Il mondo in cui viviamo, infatti, cambia e muore continuamente; non siamo altro che erba che fiorisce e se ne va. L’Ade è diverso, per via della sua natura eterna. Lì le persone sono quello che sono diventate, e lo saranno eternamente. Cosa ci può essere di più reale?

Perciò il mito di Orfeo è il mito dei miti stessi: infatti il requisito perché l’anima possa fare ritorno è non voltarsi indietro. Il ‘non voltarsi indietro’ ricorda la storia della moglie di Lot, che venne trasformata in una colonna di sale proprio perché si voltò indietro. Ma, in quella storia, il peccato legato al guardare indietro sembra essere principalmente l’ingratitudine della moglie nei confronti della salvezza offerta da Dio. Più concretamente, sembra che il suo voltarsi indietro fosse legato alla passione per la sua vecchia vita, e alla sua ingratitudine per esservi scampata e per la vita nuova che le si prospettava davanti.

La storia del guardare indietro mentre si sfugge alla morte, è presente anche nella Bibbia. ‘L’incendio di Sodoma’ (ex ‘La distruzione di Sodoma’) di Camille Corot. (Il Metropolitan Museum of Art)

Tornando ad Orfeo, poco prima di raggiungere la superficie ed entrare nella luce, anche lui si volta e guarda indietro. Sembra però che in questo caso non sia tanto il ‘voltarsi indietro’ il problema, ma quello che implica il voltarsi indietro: vedere direttamente Euridice; si tratta dell’atto del vedere. Considerare la persona come un oggetto da guardare (e quindi oggettivare) significa trasformarla in un oggetto, un fatto, un frammento della conoscenza: esattamente la stessa cosa che aveva causato la morte di Euridice, tramite il serpente, all’inizio del mito!

Per essere più chiari, ‘oggettivare’ è antitetico alla legge dell’amore. Quando si considera un’altra persona come un soggetto, al pari di se stessi – con una volontà e un cuore come il nostro – allora non la si sta manipolando o degradando, né presupponendo che la sua realtà non sia altro che un’estensione della propria. Chiaramente si tratta di una mancanza che, ironicamente, è in contrapposizione con il presupposto della sua missione: era andato nell’Ade per amore di Euridice; tuttavia, nel processo, il suo amore si è rivelato inadeguato. L’amore per cosa? L’amore per la sua stessa anima.

Orfeo salva Euridice dall’Ade, ma poi la perde una seconda volta. “Orfeo ed Euridice” di Gaetano Gandolfi. (Pubblico Dominio)

Quando l’immaginazione (il poeta/cantore che è in ognuno di noi) vede le cose, non lo fa direttamente, perché altrimenti sarebbe come rendere fisico l’invisibile. Invece l’immaginazione vede – comprende come in una visione – il mondo invisibile dove ogni ‘cosa’ prende vita. Se suona stravagante, si considerino le proprie esperienze, le più ovvie sono i sogni, dove ogni cosa prende vita, a volte in modo incantevole, altre in maniera spaventosa.

Perciò non si può guardare direttamente la propria anima. Guardare la propria anima sarebbe come chiedere ai propri occhi di guardare i propri occhi. È un impresa impossibile, a meno che non si usi uno specchio, in modo da poter osservare un riflesso della realtà. In effetti è esattamente quello che fanno i miti. Esprimono le verità più importanti dell’universo, ma siccome lo fanno cosi indirettamente, nella maggior parte dei casi non si riesce ad afferrarne il significato e a comprenderne l’importanza. Cosi sono diventati semplicemente delle storie, alcune più interessanti, altre meno.

 

Il messaggio spirituale: tornare in vita dalla morte

Le donne trace, che rappresentano l’edonismo, uccidono Orfeo. ‘Ragazza tracia porta la testa di Orfeo sulla sua lira’, 1865, di Gustave Moreau. (Pubblico Dominio)

Questo mito rivela dunque una profonda verità: il genere umano è in cerca della propria anima che è andata persa molto tempo fa in qualche catastrofe primordiale. Curiosamente, dopo essere tornato in superficie senza Euridice – senza la sua anima – è solo questione di tempo prima che Orfeo venga ucciso, fatto a pezzi, e smembrato dalle donne trace. Per quale motivo? Perché non potevano accettare, immerse nel loro clima di ubriacatura e baldoria, che un essere umano potesse piangere la morte della propria vita – la propria anima – e preferirla eternamente all’edonismo superficiale delle donne trace.

Questa ultima parte del mito è probabilmente un riferimento alla perpetua relazione tra le persone ‘materialiste’ e quelle più inclini alla spiritualità. I materialisti odiano la religione e la spiritualità non per via, come spesso affermano, dei soprusi perpetrati nella storia in nome della religione, ma perché tutte le comprensioni spirituali spostano il genere umano dal centro dell’universo, e questo – usando il gergo del nostro tempo, dove non si parla più ‘del bene e del male’ – è ‘inaccettabile’.

In ogni caso, senza l’anima il corpo muore, perché l’anima è la parte immortale. Ognuno di noi, quindi, dovrebbe accettare la sfida: ritrovare la propria anima, vivendo non semplicemente perché si è nati, ma per fare ritorno dal mondo dei morti.

Il mito di Orfeo sembra finire male, tuttavia lascia una sensazione di nobiltà, destino, grandiosità e verità. Qual è la canzone che bisogna cantare per agevolare la discesa? Questo è quello che stiamo cercando. Finché non la troviamo, il mito di Orfeo suggerisce che potremo vivere, ma a malapena.

 

James Sale è un uomo d’affari inglese, fondatore di Motivational Maps, che è attiva in 14 Paesi. Sale è autore di oltre quaranta libri pubblicati da importanti editori internazionali, come Macmillan, Pearson, and Routledge on management, education, and poetry.

Articolo in inglese: Orpheus and Eurydice: The Myth That Explains Myths

 

 

 
Articoli correlati