Le radici della disinformazione sono nei social

La disinformazione è una forma di inganno tesa a far apparire vere delle notizie false, alterando l’informazione e l’interpretazione degli eventi. Può quindi anche essere un pericoloso strumento di propaganda.

Le piattaforme dei vari social media sono da tempo alla ricerca di strategie per combattere la disinformazione. Nel frattempo però, ‘il nemico’ si è rafforzato ed è sempre più difficile distinguere il falso dal vero, così come dare una giusta interpretazione alle notizie.

Questa situazione ha infatti anche portato alla censura delle opinioni di diversi utenti etichettati come ‘bot’ (ossia falsi), solo perché esprimevano idee ‘fuori dal coro’. E le persone con idee conservatrici risultano essere in questo senso le maggiori vittime.

Secondo Dan Brahmy, amministratore delegato di Cyabra, un’organizzazione con sede in Israele che si occupa di identificare e smascherare la disinformazione, la soluzione per riuscire a discernere il vero dal falso potrebbe presentarsi attuando un cambiamento fondamentale nell’approccio al problema: «Sappiamo che la disinformazione, la maggior parte delle volte, viene diffusa da falsi profili, sia per influennzare negativamente una discussione pubblica, sia per prendere di mira un determinato discorso».

Molte delle organizzazioni che si occupano di smascherare le campagne di disinformazione, si concentrano sul contenuto che viene diffuso. Questo ha portato le piattaforme dei social media a stilare una lista dei siti di notizie classificandoli in attendibili e non attendibili. E questo ha generato anche comprensibili risentimenti e sospetti di censura politica.

I social network come Twitter stanno cercando di contrastare la disinformazione (immagine: Leon Neal/Getty Images).

Quello pensato da Brahmy è però un approccio differente: invece di focalizzarsi sul contenuto, cerca di capire, attraverso svariati segnali, se i profili che diffondono la disinformazione son veri oppure no: «Non ci occupiamo del contenuto». Al contrario,Brahmy analizza il comportamento degli utenti: «Affinché la disinformazione possa essere diffusa in tempi rapidi, si deve disporre, nella grande maggioranza di questi casi, di identità false in rete, oppure di finte identità al proprio servizio».

Molte delle campagne di disinformazione che si diffondono sul web, seguono sempre lo stesso modello: solitamente c’è un profilo principale, un ‘burattinaio’, che gestisce questo falso profilo e inizia a diffondere una determinata linea di pensiero; dopodiché schiere di profili, spesso automatizzati (o ‘bot‘, diminutivo di ‘robot’), continuano a diffondere la notizia falsa il più possibile. Dopodiché la disinformazione porta i suoi risultati: gli utenti reali cominciano a leggerla e plausibilmente la condividono a loro volta.

 

Dan Brahmy spiega che un’unica persona, attraverso un profilo principale può gestire numerosi falsi profili. Ma queste false identità possono essere riconosciute riponendo l’attenzione su diversi elementi: «Le persone credono in quello che vedono», fa notare Brahmy, e chi possiede un falso account cercherà quindi di cambiare e aggiornare le informazioni personali per sembrare una persona vera.

Un profilo autentico avrà differenti gruppi di amici: amici d’infanzia, scuola, dell’università, del lavoro e di altri gruppi sociali. Brahmy sostiene che sia molto difficile per un individuo che gestisce un falso profilo, riuscire a riprodurre una tale rete di amicizie. E più falsi profili creerà (sotto lo stesso nome e in diverse piattaforme) più sarà difficile reggere il bluff.

Un altro elemento chiave è che questi falsi profili sono spesso nuovi, o non superano i nove mesi di vita. Chi li gestisce cercherà di farli sembrare autentici, aggiungendo qualche post ‘personale’ o dei commenti. Ma l’errore che spesso commettono questi individui è che potrebbero andare a cambiare le date o alterare altre informazioni per far sembrare il profilo ‘vissuto’: «Si tratta di scoprire quelle persone che cercano in tutti i modi di falsificare la storia e l’ambiente. Si può solo immaginare quanto possa risultare difficile per una persona che esiste da appena quattro o cinque settimane, falsificare tutto il suo ambiente personale».

Tuttavia, anche se l’obiettivo principale di Cyabra è quello di aiutare a identificare i falsi account che fanno disinformazione, è possibile che alcune aziende possano utilizzare i suoi servizi e altre simili nuove tecnologie, per censurare gli utenti.
Brahmy non fa mistero della situazione, ma fa anche notare che la scelta di come utilizzare tale tecnologia è lasciata alle compagnie. Il suo approccio comunque sta già cambiando il modo di combattere la disinformazione, spostando l’attenzione dai contenuti e dai siti di notizie, al cercare di identificare i falsi account, e quindi i diretti responsabili.

 

Articolo in inglese: Israeli Company Looks Into Whether Disinformation Can Be Fought Without Censoring News

Traduzione di Alessandro Starnoni

 
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