Il calcio italiano e quei tanti (troppi) legami con la Cina e il virus

Mentre le comunità cinesi in Italia sono spesso 'chiuse', gli affari con Pechino viaggiano sempre, sono dinamici e in continua evoluzione

Di Alessandro Starnoni

Il calcio è tra i principali indiziati per la diffusione in Italia del virus di Wuhan. Prima infatti si è pensato al derby Inter-Milan del 9 febbraio. Poi alla partita di Champions League tra Atalanta e Valencia del 19 febbraio, allo stadio di San Siro.

Le indagini sullo scoppio del contagio in Italia sono comunque ancora in corso. Eppure, anche nel caso quest’ultima ipotesi dovesse non essere quella giusta, le probabilità che il contagio nel Nord Italia sia legato al mondo del Calcio e alla sua conseguente economia sul territorio, rimarrebbero comunque alte: basta infatti pensare al legame diretto tra Inter e Cina, ma anche ad altri rapporti politico-commerciali meno diretti, che hanno inevitabilmente, nel tempo, trasformato il Nord Italia in una piazza di continui scambi e incontri tra uomini d’affari italiani e cinesi.
Non a caso anche il New York Times, citato da Open, scrive che il virus si è diffuso in Lombardia, «la regione italiana che ha di gran lunga il volume maggiore di commercio con la Cina, e a Milano, la città più vivace dal punto di vista culturale e commerciale». E il calcio è senza ombra di dubbio un aspetto culturale cruciale nella vita del BelPaese.

Tra Milano e Bergamo, quanti incontri con Pechino

La Cina, o per meglio dire, il Partito Comunista Cinese, irrompe ufficialmente nel mondo del calcio italiano qualche anno fa. Quando il 28 giugno 2016, la Suning.com (Suning Commerce Group) tramite Suning Holding Group, rileva il 68,55 per cento delle quote dell’Inter.

Sebbene la holding cinese sia ufficialmente ‘privata’, il suo fondatore Zhang Jindong è attivo in politica tramite il Partito Comunista Cinese, e dal 2018 è delegato nell’Assemblea Nazionale del Popolo fino al 2023. Gli affari e la politica sono strettamente interconnessi nella Cina comunista. E questa connessione spiega forse l’investimento senza precedenti di Zhang nel calcio italiano: 700 milioni di euro, sborsati per l’Inter dall’azionista di maggioranza di Suning.com, che a sua volta detiene anche il 100 per cento di Suning Holding Group: una delle più grandi aziende commerciali in Cina.

Il 16 aprile 2018 poi, arriva un altro enorme investimento di Suning nella città di Milano. Come si legge sul sito suningholdings.com, nasce nella ‘capitale europea’ il primo ufficio della Holding cinese: «L’ufficio di Milano funzionerà da catalizzatore per gli ambiziosi piani di espansione europea. Nel suo piano appena pubblicato per il periodo 2018-2020, la società ha stanziato circa 1,3 miliardi di euro per procurarsi prodotti nel continente nei prossimi tre anni».

La Suning Holding Group, oltre che nello sport, opera infatti con migliaia di negozi nella vendita di elettrodomestici, prodotti elettronici, immobiliare, retail, media, servizi finanziari e in generale nell’e-commerce, tra cui c’è anche una piattaforma che si occupa di cosmetici.
E quelli del fashion retail e dell’e-commerce, nello specifico della cosmetica, sono settori affini anche alle attività della holding Odissea Srl, di proprietà del patron dell’Atalanta Antonio Percassi, di cui fanno parte importanti marchi come Kiko, Madina e Womo.

Tramite gli affari calcistici infatti, è nata l’amicizia tra gli Zhang e i Percassi, che sono stati ospiti di Suning a Nanchino nel 2017, dove hanno messo sul tavolo diversi progetti di business e collaborazioni commerciali per gli anni a venire. Il quotidiano Il giorno (Milano) scriveva infatti nel 2017: «Nella piattaforma e-commerce del gruppo Suning potrebbero presto apparire anche i prodotti cosmetici dei Percassi», cosa che sembra oggi avvenuta: consultando la piattaforma suning.com infatti si possono vedere i prodotti Kiko in vendita.

Inoltre, scriveva il quotidiano Il giorno che il gruppo Suning degli Zhang avrebbe potuto trovare del spazi commerciali nel nuovo stadio di Bergamo, il cui restyling avrebbe dovuto essere completato entro il 2021.

Ma l’incontro di marzo 2017 tra i dirigenti della ‘Dea’ e il regime cinese non era stato il primo. Già nel 2015 la famiglia bergamasca era volata in Cina per stringere un patto di gemellaggio con la squadra di proprietà statale cinese Yanbian (in Cina quasi tutte le squadre sono del Partito Comunista Cinese). Un incontro durato sei giorni e al quale erano presenti inoltre anche l’assessore regionale Antonio Rossi, l’ex presidente della Provincia di Bergamo Matteo Rossi, nonché l’ex assessore regionale Daniele Belotti (Lega Nord).

La presenza di personaggi politici in un incontro tra delegazioni calcistiche lascia inoltre pensare come la distanza, o il passaggio dal calcio alla politica, e da quest’ultima all’economia, sia davvero molto breve. In questo senso, non sorprende anche che, fino all’11 febbraio, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori e la Giunta di Palazzo Frizzoni pranzavano assieme ai cinesi per smorzare gli allarmismi sul coronavirus; un atto simbolico che invitava a lasciare andare il ‘pregiudizio’ e a ‘far girare l’economia’. Insomma, prima i soldi, poi la salute.

Ma, al di là di tutte le ipotesi plausibili, una domanda che sorge spontanea e lecita è: senza tutti questi legami economici tra Nord Italia e Pechino, il ‘virus del Pcc’ avrebbe potuto lo stesso trovare un varco per diffondersi nel nostro Paese?

 
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