Giappone, le origini del nome e altre influenze dalla Cina

Quando l’imperatore giapponese Kotoku salì al trono nel settimo secolo iniziò una nuova era, che avrebbe portato al suo regno una rinnovata cultura e civiltà.

Dall’altra parte del mare, sul continente asiatico, c’era il grande e prospero impero cinese dei Tang. Durante i nove anni di regno, Kotoku ordinò molte missioni nella capitale cinese di Chang’an e iniziò le riforme che avrebbero condotto il Giappone a imparare il meglio dalla Cina e a emularla.

Le trasformazioni che il Giappone attraversò nei decenni e secoli seguenti, dimostrano il rispetto e l’ammirazione che l’élite e la nobiltà giapponese ebbero per il Regno di Mezzo. I loro sforzi per replicare integralmente i valori centrali della cultura cinese nella loro architettura, nell’abbigliamento, nella letteratura, nel sistema del calendario, nelle arti e nel carattere nazionale, hanno modellato la terra del Sol levante per più di mille anni.

LA RIFORMA TAIKA PORTA LA CULTURA TANG IN GIAPPONE

Il successo della dinastia Tang fu guidato dal suo fondatore, l’imperatore Li Shimin, regalmente conosciuto come Taizong, che governò dal 626 al 649. L’impero dall’estensione irregolare che costruì, si estendeva dall’Asia centrale fino alla Corea, ed era una superpotenza culturale e militare senza eguali, alla quale i regni stranieri guardavano con ammirazione. La capitale imperiale di Taizong, Chang’an, era una metropoli con più di un milione di abitanti, frequentata da delegazioni, studenti e monaci dall’intera Eurasia.

Le relazioni sino-giapponesi iniziarono negli ultimi anni del regno di Taizong, quando Kotoku salì al trono nel 645. Conosciuto con il nome regale di Taika, Kotoku lanciò una riforma che prese il suo stesso nome e aveva in progetto di ristrutturare e formalizzare lo Stato e l’economia giapponese. Lo scopo della riforma imperiale era di imparare dalle opere politiche e legali della dinastia Tang e introdurle in Giappone.

La riforma di Kotoku durò per cinque anni e concluse il periodo Asuka della storia giapponese, che era iniziato nel quarto secolo. Nei due decenni successivi, il Giappone inviò in Cina oltre una decina di missioni diplomatiche composte da monaci, studiosi, architetti e artigiane, che accompagnavano i diplomatici ufficiali. Essi fecero visita a cimeli storici leggendari, impararono i classici e tornarono in Giappone con queste inestimabili conoscenze.

La società principale giapponese adottò velocemente le conoscenze culturali, spirituali e scientifiche importate: un pregiato esempio è la diffusione della poesia e della lingua classica cinesi. Per secoli prima della dinastia Tang, i giapponesi avevano scritto usando i caratteri cinesi, chiamati in Giappone kanji, ma l’introduzione di testi cinesi come Il classico della poesia (Shijing), le Selezioni di letteratura raffinata e Nuova ode alla terrazza di giada produssero un enorme interesse.

La divulgazione della poesia cinese nell’élite letteraria giapponese influenzò lo sviluppo della poesia Waka e altre forme letterarie giapponesi. Nel 751 un anonimo mise insieme il Kaifuso, una collezione di 120 poesie di 64 diversi autori, scritte negli stili delle Sei dinastie cinesi e dell’era Tang. Queste includono odi alla luna, al pruno cinese e al fiore del crisantemo (ora simbolo dell’imperatore giapponese), alla neve, al bere e alla coltivazione buddista e taoista.

Le decisioni di Kotoku influenzarono direttamente anche lo sviluppo dello stato giapponese. Nel 700 infatti, ministri anziani che avevano studiato in Cina o erano discendenti di quelli che vi erano stati inviati, ricevettero l’ordine di creare un Codice Taiho. Queste leggi, i più antichi testi di letteratura legale in Giappone, si ispiravano a quelli attuati sotto la dinastia Tang in Cina e furono promulgati nel 702.

LA NASCITA DELLA SCRITTURA GIAPPONESE

I giapponesi, pur essendo un popolo dell’Asia orientale, parlano una lingua molto distante dai dialetti cinesi. Nonostante questo, i caratteri cinesi – che rappresentano in primo luogo un significato e non un suono – formano la componente di base della lingua letteraria giapponese.

Fu proprio durante la Dinastia Tang che, per definire le caratteristiche uniche della lingua e della grammatica giapponesi, diversi eruditi crearono lo stile corsivo della scrittura fonetica usata oggi insieme al kanji, il termine giapponese per i caratteri cinesi.

Un nobile con grande talento letterario di nome Kibi no Makibi intraprese due viaggi a Chang’an per studiare l’astronomia, il calendario cinese, la scienza militare, le costruzioni e la legge. Egli inventò l’alfabeto fonetico chiamato katakana, derivato dai tratti spigolosi del kanji. Oggi questo stile di scrittura è usato principalmente per traslitterare i suoni e le parole straniere in giapponese.

A depiction of Kibi no Makibi. (Public Domain)

Ritratto di Kibi no Makibi. (Dominio pubblico)
File:Treatise On Calligraphy.jpg

Hiragana e katakana sono derivati da caratteri calligrafici cinesi. Questo esempio è del calligrafo della dinastia Tang Sun Guoting (Dominio pubblico)

Hiragana, l’altro stile fonetico, fu creato dal monaco Kukai, che studiò il buddismo e i classici cinesi nel tempio Qinglong di Chang’an. Questo stile di scrittura e il katakana sono divenuti strumenti essenziali per la scrittura vernacolare giapponese.

Prima dell’avvento del kana, solo i giapponesi che conoscevano bene il cinese classico – per l’Asia orientale l’equivalente del latino per l’Europa occidentale e centrale – potevano leggere e scrivere. Il kana permise alla gente di scrivere e leggere il kanji in un modo che si adeguava alla lingua parlata. Questo sviluppo facilitò l’apprendimento della storia cinese, dell’astronomia, della medicina e di altre arti nella società comune giapponese.

CONSERVAZIONE DELLE CONQUISTE CULTURALI

Nel 735, quando Kibi no Makibi tornò in Giappone, portò con sé 200 volumi che presentò all’imperatore. Tra essi c’era il Compendio essenziale sulla musica. Questo classico andò in seguito perduto in Cina, ma fu conservato in Giappone. Kibi no Makibi portò anche strumenti musicali classici cinesi come il guzheng, o cetra cinese, che ispirò il koto giapponese.

Kukai, il bonzo (un monaco buddista giapponese o cinese) che creò l’hiragana, fu un esperto uomo di lettere e calligrafo. Come studioso della letteratura cinese, compilò un volume teorico di scritti delle dinastie Han, Wei, Sui e Tang: il Bunkyo Hifuron. Usò le sue ampie ricerche per riflettere sul suo stesso stile letterario e per lasciare un riferimento analitico alle generazioni successive.

Kukai aiutò anche la diffusione della calligrafia cinese in giappone ed è considerato uno dei tre maestri calligrafi del periodo Heian della storia giapponese (794–1185).

A Japanese woman playing the koto, drawn in 1878 by Hasegawa Settei. (Library of Congress/Public Domain)

Una donna giapponese suona il koto, disegnato nel 1878 da Hasegawa Settei. (Libreria del Congresso/Dominio pubblico)

LE FONDAMENTA DELLO STATO IMPERIALE

La riforma Taika trasformò gradualmente il Giappone in una nazione governata dalla legge e aprì la strada al feudalesimo. Dipartimenti e ministeri semplici esistenti precedentemente furono ingranditi ed equipaggiati con istituzioni come la registrazione dei clan e la raccolta delle tasse.

Le autorità giapponesi adottarono il ‘circuito’ della dinastia Tang come una suddivisione in province, un termine che è caduto generalmente in disuso ma si è conservato nell’isola più settentrionale del Giappone, Hokkaido – traducibile letteralmente come ‘circuito del Mare del Nord’.

Kyoto, sede tradizionale dell’imperatore giapponese prima di essere rimpiazzata da Tokyo nel diciannovesimo secolo, fu progettata e costruita con lo stesso schema rettangolare e lo stesso stile architettonico della capitale Tang a Chang’an. In entrambe le città, il palazzo imperiale era collocato a Nord, considerata una posizione favorevole per il monarca o il patriarca familiare, perché simbolo della Stella del Nord.

Anche se soppiantata da Tokyo per popolazione e importanza, Kyoto conserva un distinto carattere classico ereditato dai giorni in cui i giapponesi guardavano ai Tang e cercavano di imparare dal grande impero. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la città scampò in gran parte ai bombardamenti americani che devastarono la maggior parte delle città industriali, e fu risparmiata dalla bomba atomica in parte grazie al suo valore culturale.

L’ORIGINE DEL SOLE NASCENTE

Prima degli estesi contatti con l’impero Tang, il Giappone non aveva un nome autoctono: i giapponesi erano una cultura insulare e non avevano bisogno di fare riferimento a se stessi come ad un tutto, mentre i cinesi avevano usato il termine dispregiativo di ‘barbari nani’.

La situazione cambiò a mano a mano che i cinesi divennero consapevoli della nazione a oriente. Testi dell’epoca mostrano la comparsa di un nuovo termine, composto dai caratteri ‘Ri ben’ che significa grosso modo ‘origine del sole’. Dal punto di vista cinese infatti, i giapponesi erano un popolo oltre il mare orientale, che viveva dove sorgeva il sole. La pronuncia giapponese del nome è Nihon o Nippon.

Negli scritti di Marco Polo sui suoi viaggi in Cina, si fa riferimento al Paese come a ‘Cipangu’ o il Paese del Giappone, approssimativamente il dialetto cinese parlato a quel tempo. Questa parola alla fine si è trasformata nel moderno nome occidentale di Giappone.

 

Articolo in inglese: How Japan Got Its Name and Other Influences From China’s Tang Dynasty

Traduzione di Veronica Melelli

 
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