5G e Huawei, Italia al bivio

Di Alessandro Starnoni

La Brookings Institution ha pubblicato un «caso di studio» sull’Italia e le sue relazioni con la Cina, dal titolo «giocando con il fuoco». L’headline del resoconto di Giovanna De Maio, visiting fellow della nota istituzione indipendente di Washington Dc, appare un chiaro riferimento alla pericolosità delle politiche, sempre più filocinesi, adottate dal Bel Paese soprattutto negli ultimi due anni.
Una parte rilevante dell’analisi è inoltre dedicata al 5G di Huawei in Italia.

Tali politiche infatti, fa notare l’istituzione americana, preoccupano non poco gli Stati Uniti, dal momento che l’Italia potrebbe diventare una «porta di accesso per l’influenza cinese in Europa».

Dalla Via della Seta al 5G

Per la De Maio l’accordo italiano del 2019 sul Memorandum of Understanding (MoU) con la Cina (nell’ambito dell’intesa sulla Nuova Via della Seta) è l’evento «più significativo» e allo stesso tempo «controverso» in politica estera per l’Italia. Non va dimenticato infatti che quell’intesa ha spaccato il governo, fatto storcere il naso agli alleati, e la Via della Seta in sé è già diventata una trappola del debito per i Paesi coinvolti; tuttavia, fa notare l’autrice, è già dal 2013 che gli investimenti cinesi sono cresciuti in settori chiave nel Paese, come energia e telecomunicazioni.

Il timore della Brookings Institution è che «l’impatto devastante sull’economia del Covid-19» possa consegnare ancor di più l’Italia «nelle braccia» di Pechino.

E a quest’ultimo riguardo, un bivio importante che l’Italia si troverà tra non molto a dover affrontare, è proprio la scelta dei ‘partner’ per le forniture hardware per la tecnologia 5G. E Zte e Huawei sono sempre lì tra le opzioni del governo, nonostante la ormai pessima nomea in campo internazionale in ambito di sicurezza dei dati.

Per il centro di ricerca americano, infatti, «l’Italia ha il più grande mercato dopo la Cina di smartphone Huawei, e Huawei sta fornendo hardware 5G ai fornitori di servizi di comunicazione nelle principali città italiane».
Senza contare che le antenne di Zte coprono già una parte considerevole del territorio nazionale per quanto riguarda l’attuale tecnologia 4G.

Il braccio di ferro ‘interno’ sulla sicurezza

D’altronde, a metà dicembre dello scorso anno, il Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), sul 5G di Huawei e Zte era stato abbastanza chiaro. Come riporta Reuters, aveva avvertito infatti l’Italia dei rischi legati alla sicurezza dei dati, chiedendo al governo di valutare di escludere dalle infrastrutture tecnologiche italiane Huawei e Zte, accusate di spionaggio dagli Usa e di dipendenza dal Partito Comunista Cinese.

Ammonimenti arrivati sulla scia di quelli del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che a inizio dicembre si era detto convinto che l’Italia non avrebbe accolto la tecnologia cinese per il 5G. Il presidente degli Usa ha anche di recente prolungato il ban commerciale su Huawei dal mercato statunitense per un altro anno, fino al 2021.

Tuttavia, secondo quanto riporta Agi, Giuseppe Conte ha poi in qualche modo smentito Trump, enfatizzando invece la solidità della legislazione italiana a tutela della sicurezza (decreto Cyber): «Non è che l’Italia si può sfilare da una tecnologia – ha dichiarato il presidente del Consiglio – L’Italia applica tutte le misure di protezione e tutti i controlli che abbiamo introdotto e tutti gli strumenti di protezione di cui ci siamo dotati». Per sintetizzare, l’Italia sarebbe consapevole di quello che fa, anche in materia di tutela alla sicurezza dei dati.

E quest’ultima posizione, come riporta IlSole24ore tramite DigitEconomy.24, sembra essere stata confermata a fine febbraio dal direttore generale del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza), Gennaro Vecchione, che in tal maniera avrebbe in qualche modo minimizzato quanto affermato dal Copasir a dicembre: «Non si può dilatare sino all’estremo il concetto di ‘sicurezza nazionale’, a meno che non si ritenga di abbandonare il modello di economia aperta».

Washington non concorda, la Ue valuta i rischi

Ma la Brookings Institution non la pensa così. Infatti, specialmente nel caso del 5G, «la natura complessa di questa nuova tecnologia rende difficile fornire qualsiasi garanzia sulla sicurezza, per via del rischio di una ‘backdoor’ nascosta tramite cui Huawei può avere accesso ai dati». Insomma, il pericolo è sempre dietro l’angolo, soprattutto quando si ha a che fare col regime cinese.

Certo, fa notare l’istituzione statunitense, l’Italia non è l’unico Paese in Europa ad avere legami economici con la Cina. Anche Germania e Francia sono molto attive, anche se non hanno firmato un accordo sulla One Belt One Road.

Così, la stessa Unione Europea negli ultimi tempi si è vista in dovere di affrontare il tema sulla sicurezza delle reti 5G. Il 9 ottobre 2019, l’Ue ha pubblicato una relazione sulla valutazione coordinata dei rischi; in questa ha provato a individuare «le minacce più rilevanti» o le «sfide per la sicurezza», affermando che tali sfide sono collegate sia alle innovazioni implicate dalla nuova tecnologia, sia «al ruolo dei fornitori nella realizzazione e nell’uso delle reti 5G e al grado di dipendenza da singoli fornitori».

In tale relazione non si fa esplicitamente il nome di Huawei o di Zte, tuttavia si afferma che «tra i vari autori possibili [di attacchi informatici, ndr] i Paesi non membri dell’Ue o i soggetti sostenuti da governi sono ritenuti i più pericolosi».

In seguito, il 31 gennaio, la Ue ha pubblicato delle linee guida o raccomandazioni agli Stati membri per la sicurezza delle reti 5G, sulla base di quanto individuato nella valutazione coordinata di ottobre – sempre senza nominare apertamente Huawei e Zte (di fatto non escludendoli) – e da attuare per ciascuna nazione entro il 30 aprile 2020.

Ma, tenendo conto del fatto che «su misure specifiche» in tema di sicurezza la decisione resta comunque di competenza degli Stati membri, la Commissione ha quindi invitato ciascuno Stato membro a preparare una relazione congiunta sull’attuazione delle loro misure entro il 30 giugno.

Si attende la presa di posizione finale dell’Italia su Huawei e Zte

A quanto sembra, quindi, sul fronte sicurezza 5G e sulla scelta dei fornitori, l’Italia sembra intenzionata a procedere sul sentiero di una prudente ‘obiettività’, nonostante i severi ammonimenti di Washington. Ma plausibilmente, la tragedia Covid-19 e una possibile o eventuale decisione in sede internazionale di valutare nello specifico le responsabilità della Cina sui ritardi nella comunicazione dell’epidemia, potrebbero pesare anche sulle scelte italiane sul tema 5G.

Un recente esempio a quest’ultimo riguardo, secondo fonti stampa citate da Agenzia Nova, è il dietrofront ‘post-Covid’ di Boris Johnson su Huawei. Il governatore britannico infatti adesso, forse dopo aver osservato l’atteggiamento di mancanza di trasparenza della Cina, non usa più mezze misure: il Regno Unito punterebbe ora ad azzerare il ruolo di Huawei nel 5G entro il 2023.

E l’Italia? Il pugno di ferro di Trump in linea di principio dovrebbe guidare anche le scelte degli alleati Nato: senza girarci troppo attorno, infatti, per gli Usa i rischi di affidarsi alle tecnologie cinesi sono concreti e seri, ed è da tempo che gli States cercano di distogliere gli alleati da tale affidamento.

Ma nella pratica il pressing della Cina e di Huawei per investire in Italia è molto alto. In più c’è quella sorta di vincolo sulle ‘telecomunicazioni’ nella One Belt One Road che potrebbe spingere l’Italia ad affidarsi a Pechino, seppur questa volta ad occhi ‘socchiusi’, mentre al contempo si affida di più alle sue solide procedure di screening delle reti e degli investimenti.

Non si può neanche escludere, per la presa di posizione finale del governo, un altro intervento del Copasir in ‘direzione transatlantica’; l’organo parlamentare sta infatti continuando in parallelo a procedere con le sue indagini sulla sicurezza delle tecnologie cinesi; così come non si può non tenere in conto il ruolo della pressione dell’opposizione, che chiede al governo di esercitare il ‘golden power’ previsto dal nuovo decreto Cyber (per tener fuori un’azienda, in questo caso Huawei e Zte, dai vari bandi).

Alla fine, infatti, al di là di tutte le procedure di sicurezza applicabili sugli investimenti, come fa notare la Brookings Institution, la decisione – di applicare o meno il ‘golden power’ – sarà politica: l’Italia, a differenza degli Usa, non ha un comitato di ‘screening’ indipendente per gli investimenti sul 5G.

E il rischio è che, «senza una stabilità politica» da parte dell’Italia, «senza una sostanziale supervisione del governo e una strategia lungimirante per la protezione dei settori strategici», e senza «una potente e coordinata risposta a livello europeo», lo Stivale rischierebbe di «consegnarsi alla Cina per gli investimenti e per ogni altro tipo di assistenza economica […] e di venire travolto dal potere economico e tecnologico cinese».

Sicuramente, quello che non dovrebbe escludere l’Italia nelle sue valutazioni è il legame diretto tra le aziende delle telecomunicazioni cinesi (Huawei) e il governo di Pechino. D’altronde, come riporta anche agendadigitale.eu, il fondatore di Huawei Ren Zhengfei avrebbe confidato nel 1994 all’allora capo del Partito, il dittatore Jiang Zemin, che «la tecnologia di commutazione è connessa alla sicurezza nazionale e una nazione che non ha una propria tecnologia di commutazione è come una nazione che non ha il suo esercito».

In questo senso non sorprende che il 24 maggio, come riporta l’Agi, il leader delle proteste di Hong Kong, Joshua Wong, abbia vivamente consigliato all’Italia di ridurre la cooperazione con la Cina sulla Nuova Via della Seta, dato che «non è sicuro che la Cina rispetti i suoi impegni e le promesse fatte nell’ambito degli accordi commerciali».
E in quanto a promesse non mantenute dal regime cinese, Hong Kong ne sa sicuramente qualcosa.

 
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