Trump fa causa a Facebook perché ripristini immediatamente il suo account

Di Jack Phillips

L’ex presidente americano Donald Trump ha intentato un’altra causa contro Facebook, chiedendo a un giudice federale di obbligare il social media a ripristinare il suo account.

Da inizio anno Trump, che è stato sospeso dalle principali piattaforme social in seguito agli eventi del 6 gennaio, ha intentato class action legali contro Twitter, YouTube, Facebook e i loro rispettivi amministratori delegati.

La sua ultima istanza, presentata giovedì presso la Corte Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Meridionale della Florida, chiede un’ingiunzione preliminare contro la sospensione di Facebook, mentre la sua precedente causa va avanti.

«Anche i diritti del Primo Emendamento dei milioni di utenti Facebook [di Trump, ndr] – di ricevere i suoi messaggi e di commentare l’un l’altro – sono stati irrimediabilmente danneggiati», si legge nel documento. «Allo stesso tempo, escludendo dalla piattaforma il probabile capo e membro più popolare del Partito Repubblicano, tagliandolo fuori dalle forme più efficaci e dirette di comunicazione con i potenziali elettori, l’accusato rischia di infliggere un danno irreparabile alle prospettive del Partito Repubblicano per le elezioni del 2022 e del 2024».

Gli avvocati dell’ex presidente hanno sostenuto che gli Stati Uniti non hanno nulla da guadagnare «dai tentativi di sopprimere il dibattito politico», specificando che anche «chi è antagonista alle idee [di Trump, ndr] non riceve un buon servizio dai tentativi di metterlo a tacere».

Su Facebook e Instagram, l’ex presidente aveva accumulato decine di milioni di follower. Tuttavia, Trump ha utilizzato molto più spesso Twitter, con una devastante efficacia durante la sua campagna del 2016. «Questa ingiunzione preliminare contro Facebook sembra appropriata da presentare questa settimana poiché ultimamente ci sono grandi notizie per tutti i problemi che stanno affrontando», ha affermato John Coale, consulente legale di Trump, in un’intervista con il Washington Examiner. Coale si riferiva alla testimonianza rilasciata martedì in Senato da un ex dipendente Facebook, che ha fatto luce su alcune discutibili pratiche dell’azienda. Al contempo, lunedì Facebook e le sue società affiliate Instagram e WhatsApp hanno subito un’improvviso blackout di diverse ore.

Il Ceo Mark Zuckerberg «e Facebook, dicono che è la piazza pubblica del 21° secolo; se è così, dovrebbero sostenere il Primo Emendamento», ha dichiarato Coale, riferendosi a un commento che Zuckerberg ha fatto diversi anni fa sulla sua piattaforma. «Non puoi avere entrambe le cose. Sono come un’utilità pubblica quando si tratta del dibattito».

Quest’ultima causa segue l’azione legale intrapresa da Trump contro Twitter la scorsa settimana, secondo cui Twitter e il Ceo Jack Dorsey dovrebbero ripristinare immediatamente l’account dell’ex presidente americano. Peraltro, i suoi avvocati hanno affermato che la sospensione di Twitter viola anche una legge contro la censura dei social media recentemente approvata in Florida.

Secondo gli avvocati di Trump, Twitter (pdf) «esercita un tale potere e controllo sul dibattito politico in questo Paese che è incommensurabile, storicamente senza precedenti e profondamente pericoloso per un dibattito aperto e democratico».

Inoltre, la sospensione avrà un impatto sulle elezioni di medio termine del 2022 se l’account di Trump non verrà ripristinato, comprese le piattaforme di merchandising e la capacità di comunicare le sue opinioni, endorsement e altri contenuti.

Sia Twitter che Facebook hanno affermato che Trump è stato sospeso in seguito alla violazione del 6 gennaio perché avrebbe incitato alla violenza e violato i termini di servizio delle due società. Tuttavia, la sua esclusione ha alimentato le tesi secondo cui le grandi aziende tecnlogiche, le cosiddette Big Tech, si stanno muovendo all’unisono per mettere a tacere i punti di vista conservatori.

Il cosiddetto Oversight Board di Facebook ha concluso che due post pubblicati da Trump il 6 gennaio «violavano gravemente» gli standard di moderazione dei contenuti dell’azienda.

Nella causa di Trump contro Facebook intentata a luglio, l’ex presidente rappresentava un gruppo più ampio di persone che hanno sostenuto di essere state ingiustamente censurate dalla piattaforma. «Le grandi aziende tecnologiche vengono utilizzate per imporre la censura governativa illegale e incostituzionale», affermava la causa, sottolineando al contempo che i Democratici del Congresso stavano tentando pubblicamente di fare pressione «sulle piattaforme per censurare i loro avversari politici».

 

Epoch Times ha contattato Facebook per un commento.

 

Articolo in inglese: Trump Sues Facebook to Reinstate His Account Immediately

NEWSLETTER
Epoch Times Italia 2021
 
Articoli correlati