Legge Zan, cosa prevede esattamente

Di Marco D'Ippolito

Negli ultimi giorni è tornata sotto i riflettori la ‘legge Zan’, anche nota come legge sull’omofobia, approvata alla Camera il 4 novembre 2020 e attualmente ferma tra i banchi del Senato. Vediamo dunque cosa prevedono esattamente i 10 articoli che la compongono.

Lo scopo generale del disegno è quello di, citando il suo titolo, ‘contrastare e prevenire la discriminazione e la violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, nonché sull’identità di genere e sulla disabilità’. I sostenitori affermano si tratti di una legge quanto mai giusta e necessaria, mentre i detrattori sostengono sia non solo inutile ma addirittura ‘liberticida’.

In sostanza, la normativa punta a modificare una serie di leggi preesistenti allo scopo di equiparare discriminazioni e violenze fondate «sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità» a quelle commesse per «motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». Al contempo, istituirebbe iniziative volte a promuovere la cultura Lgbt (Lesbica, Gay, Bisessuale e Transgender) nelle scuole e nella società italiana.

Gli effetti delle modifiche spaziano da un significativo aumento delle pene per i reati già previsti dal codice italiano qualora sia coinvolta l’aggravante dell’omotransfobia, fino all’introduzione di nuovi reati come la «propaganda di idee» che istigano a commettere atti di discriminazione «fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità», che potranno essere puniti dai tribunali con multe fino a 6 mila euro, reclusione fino a un anno e sei mesi, o anche con le disposizioni previste dalla legge Mancino: servizi sociali non retribuiti, coprifuoco ad personam fino a un anno, sospensione di patente, passaporto e documenti validi per l’espatrio per un anno, e persino con il divieto di partecipare a elezioni e campagne elettorali per almeno 3 anni.

D’altra parte, l’articolo 4 della legge, denominato ‘Pluralismo delle idee e libertà delle scelte’, è stato introdotto proprio per arginare i possibili ritorni di fiamma ‘liberticidi’ della sopracitata sezione, e afferma perciò che rimane consentita «la libera espressione di convincimenti od opinioni, nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti». Ma i critici sostengono che la definizione di «concreto pericolo del compimento di atti discriminatori» sia troppo ambigua.

Ad ogni modo, l’articolo 7 della legge Zan (che prende il nome dal deputato del Pd Alessandro Zan) riconosce il 17 maggio come «Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere» e prevede che in tale occasione siano organizzate «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile» anche all’interno delle scuole e delle amministrazioni pubbliche.

Mentre con l’articolo 8, la «prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere» diventerebbe competenza dell’‘Ufficio per il contrasto delle discriminazioni’, istituito nel 2003 presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, che avrebbe quindi il compito di elaborare strategie nazionali, con cadenza triennale, che comprendano «misure relative all’educazione e all’istruzione, al lavoro, alla sicurezza, anche con riferimento alla situazione carceraria, alla comunicazione e ai media». Tali strategie dovranno, secondo il testo della legge, essere elaborate nel quadro di una «consultazione permanente delle amministrazioni locali, delle organizzazioni di categoria e delle associazioni impegnate nel contrasto delle discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere» allo scopo di individuare «specifici interventi volti a prevenire e contrastare l’insorgere di fenomeni di violenza e discriminazione fondati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere».

A scanso di equivoci, la legge chiarisce in un glossarietto iniziale cosa debba intendersi per ‘identità di genere’, ovvero «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». In altre parole farebbe entrare nell’ordinamento italiano il concetto che una persona nata biologicamente di un sesso possa auto-dichiararsi di un altro sesso a seconda dell’identità di genere percepita.

Questi sono i principali nodi della dibattuta normativa, oltre al fatto che nel suo ultimo articolo richiede che l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad) effettui rilevazioni statistiche con cadenza almeno triennale sulle discriminazioni o le violenze fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere.

 
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