La Cina controlla già i minerali e presto li prenderà dal mare e dalla Luna

Di Antonio Graceffo

Quando si parla di filiere, tutte le strade portano in Cina, anche se i prodotti sono «made in» qualche altro posto.

Un laptop venduto negli Stati Uniti con un adesivo «Made in China» viene assemblato in Cina e anche molti dei componenti provengono dalla Cina. Questa è la parte facile del tracciare le catene di approvvigionamento globali, poiché la maggior parte dei consumatori sa che i grandi componenti di molti prodotti di uso quotidiano provengono o sono assemblati in Cina. La parte che molte persone non conoscono, e la ragione per cui la Cina è in grado di dominare le catene di approvvigionamento globali in modo così completo, è che anche le piccole cose, i metalli e gli elementi che sono cruciali per far funzionare l’elettronica, dipendono dalla Cina.

L’11° e il 12° piano quinquennale del Partito Comunista Cinese (Pcc) hanno incoraggiato le aziende cinesi a investire all’estero, mentre il regime ha promesso finanziamenti e sostegno da parte delle banche statali cinesi. Uno degli obiettivi sottolineati nel dodicesimo piano quinquennale (2011-2015), era rafforzare la posizione della Cina nel settore dei metalli.

Il tredicesimo piano quinquennale, che andava dal 2016 al 2020, è stato definito un «periodo di battaglia decisivo» dal Pcc, che ha cercato di controllare l’industria globale dei metalli non ferrosi. Questa strategia è abbinata a «Made in China 2025», che cerca di espandere drasticamente le industrie strategiche e la difesa nazionale della Cina, nonché la scienza e la tecnologia. A tal fine, nell’ottobre 2016 il Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’informazione ha annunciato un piano d’azione per far sì che l’industria dei metalli cinese raggiunga lo status di potenza mondiale.

I piani quinquennali in questione, oltre all’obiettivo di raggiungere lo status di potenza mondiale nell’ambito dei metalli, includevano tutti direttive per le imprese statali (finanziate da banche statali) per l’acquisto e il controllo delle miniere nei Paesi ricchi di risorse in tutto il mondo.

Per garantire ulteriormente il dominio del Paese sui mercati minerari, Pechino ha imposto restrizioni all’esportazione per quegli elementi che sono prodotti in Cina. Queste restrizioni sono state oggetto di lamentele, in sede dell’Organizzazione mondiale del commercio, da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea, nonché di Giappone e Messico, che hanno parlato di concorrenza sleale.

Diversi marchi di laptop si pubblicizzano come «non prodotti in Cina», anche se questa è un’etichetta un po’ errata perché anche questi laptop dipendono da materie prime cinesi. Il tipico laptop contiene molti o tutti i seguenti elementi che provengono da Paesi sparsi per il mondo, ma che sono controllati dal regime cinese: grafite, cobalto, litio, cromo, vanadio, magnesio, antimonio e rame.

La sola Cina fornisce o controlla metà delle materie prime utilizzate nel mondo. La grafite utilizzata nelle batterie ricaricabili si trova in Cina, Messico, Canada, Brasile e Madagascar, ma il 69 percento di essa proviene dalla Cina. Il cobalto ha origine nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), dove Pechino controlla 35 compagnie minerarie. La Cina controlla l’86 percento della globale fornitura di magnesio, sebbene questo elemento si possa trovare negli Stati Uniti, in Israele, in Brasile, in Russia, in Kazakistan e in Turchia.

Il novanta per cento del litio mondiale proviene da Cile, Argentina e Australia. Attraverso investimenti in società locali, la Cina ora controlla il 59% dell’offerta globale. E non sono solo i Paesi in via di sviluppo a rinunciare alle proprie risorse in cambio di denaro cinese. In Australia, la Cina ora controlla il 91 percento di tutte le miniere di litio e il 75 percento delle riserve del Paese.

Due delle principali fonti di vanadio sono il Kazakistan e il Sudafrica, entrambi membri della Belt and Road Initiative cinese. In Kazakistan, la China Development Bank sta finanziando pesantemente il settore minerario, mentre in Sudafrica Pechino sta ora pianificando investimenti nelle miniere di vanadio.

Le società cinesi hanno anche acquistato quote significative nelle più grandi miniere di rame della Rdc. In totale, la Cina possiede 30 progetti di rame all’estero in fase operativa e altri 38 in fase di esplorazione.

Lo Zimbabwe ha la seconda riserva di cromo al mondo, che rappresenta circa il 12% del totale globale. La Cina è il maggior consumatore mondiale di cromo e si assicura le sue forniture investendo nell’estrazione in Paesi come Cuba e Zimbabwe. Negli ultimi cinque anni, la Cina ha investito miliardi nel settore di metalli dello Zimbabwe, ed è uno dei principali proprietari di una delle più grandi società di estrazione del cromo del Paese, la Zimbabwe Mining and Alloy Smelting Co. (Zimasco).

La gente del posto descrive la relazione tra Cina e Zimbabwe come una relazione di scambio di attrezzature minerarie e tecnologie in cambio di minerali. Questo è un modello e una strategia che la Cina ha utilizzato nei Paesi ricchi di risorse in tutto il mondo. Vale a dire, che la Cina fornisce servizi di costruzione e tecnologici alle miniere locali. In cambio, le miniere accettano di vendere una percentuale della loro produzione a società cinesi a un prezzo concordato. Altri strumenti utilizzati dal Pcc includono fusioni e acquisizioni, per cui società cinesi, molte delle quali di proprietà statale e finanziate da istituzioni finanziarie statali, acquistano una partecipazione di controllo nelle società minerarie locali.

Un leader tradizionale del Mashonaland Central, una provincia dello Zimbabwe, ha accusato la Cina di saccheggiare le risorse minerarie del Paese, e i minatori locali si sono lamentati del fatto che il regime cinese sfrutta i lavoratori. In una circostanza, un manager cinese di una società mineraria ha persino sparato a due lavoratori dello Zimbabwe per una disputa salariale nel giugno dello scorso anno.

La Cina controlla il 90% della fornitura mondiale di antimonio e, fino a un anno fa, possedeva il 100% degli impianti di lavorazione dell’antimonio. Una volta che l’antimonio viene estratto dal terreno, deve essere trasformato in lingotti per essere utilizzato nella fabbricazione di altri beni. Sebbene l’antimonio si trovi in ​​Russia, Australia e Tagikistan, quasi tutto viene inviato in Cina per l’elaborazione. L’anno scorso, per la prima volta in 30 anni, è stato costruito un impianto di lavorazione dell’antimonio al di fuori della Cina.

Oltre a investire in altri Paesi, il Pcc sta ora lottando per dominare il nuovo settore delle miniere sottomarine. L’approvazione per l’estrazione dei fondali marini proviene dall’International Seabed Authority (Isa). Le società cinesi hanno già presentato 30 richieste all’Isa per vari progetti minerari sottomarini.

Dopo aver conquistato i mari, la Cina ha intenzione di estrarre sulla Luna. L’anno scorso, la sua sonda Chang’e 5 lunare, è atterrata sulla Luna e ha riportato 2 chilogrammi di campioni. Secondo gli analisti spaziali statunitensi, la Cina sta facendo esperienza nella ricerca lunare per supportare futuri progetti minerari basati sulla Luna. L’ex amministratore della Nasa Jim Bridenstine ha detto che crede che l’estrazione sulla Luna sarà possibile in questo secolo. Nel frattempo, ci sono prove e speculazioni che suggeriscono che la Luna contenga molti materiali importanti.

Il Pcc spera di avere un atterraggio sulla Luna con equipaggio entro il 2030 e di costruire una stazione di ricerca lunare. Bao Weimin, direttore della Science and Technology Commission della China Aerospace Science and Technology Corp. (Casc) ha proposto di creare una «una zona economica speciale, Terra-Luna» entro il 2050.

Al ritmo in cui la Cina sta espandendo il suo controllo sulle materie prime necessarie per i laptop, è probabile che tra 20 anni, non solo la maggior parte o tutte le materie prime ricondurranno ad aziende cinesi, ma alcune proverranno da sotto il mare o dalla Luna.

 

Antonio Graceffo, Ph.D., ha trascorso oltre 20 anni in Asia. Si è laureato all’Università dello Sport di Shanghai e ha conseguito un China-Mba presso l’Universitò Jiaotong di Shanghai. Antonio lavora come professore di economia e analista economico cinese, scrivendo per vari media internazionali. Alcuni dei suoi libri sulla Cina includono «Beyond the Belt and Road: China’s Global Economic Expansion» e «A Short Course on the Chinese Economy».

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: China’s Control of Global Supply Chains Will Extend to the Sea, Moon

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