Il vero motivo per cui la Cina non ha voluto cooperare a Glasgow

Finché si tratta di parole vuote, il Pcc ci va a nozze. Ma se bisogna dar conto ed essere soggetti a sanzioni... 

Di Peter Dahlin

Il comportamento della Cina (e la sua mancanza di trasparenza) a Glasgow, dove si è svolta la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop26), dimostra che non ci si può fidare di Pechino. E la verità è che il regime si rifiuta di collaborare perché sarebbe tenuto a rivelare i veri dati sullo stato della sua economia.

L’assenza del leader cinese Xi Jinping dal vertice è già stata ampiamente segnalata. Ma i negoziatori di alto livello stanno dicendo qualcosa di molto peggio e più serio: la Cina sta sabotando qualsiasi capacità di raggiungere un accordo per combattere efficacemente il cambiamento climatico.

È noto da tempo che il Partito Comunista Cinese (Pcc) è disposto a utilizzare il cambiamento climatico come strumento di contrattazione per ottenere ciò che vuole o farla franca nelle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Il messaggio dei leader del Pcc alla comunità internazionale è stato chiaro: sii gentile con noi, o non faremo la nostra parte per fermare il riscaldamento globale.

La Cina prevede di continuare a estrarre e bruciare carbone fino al 2025 e di raggiungere la neutralità entro il 2060. E si rifiuta di fornire relazioni trasparenti su come stia lavorando per raggiungere gli obiettivi concordati e su come le emissioni della Cina cambino nel tempo.

È apparso chiaro che i precedenti impegni del Pcc non significano assolutamente nulla, e che, se gli obiettivi di crescita del Pcc verranno messi a repentaglio, gli impegni climatici usciranno del tutto di scena: basta guardare alla recente ripresa dell’uso dell’energia a carbone o alla spinta per sviluppare nuove centrali elettriche a carbone. Il 2020 ha infatti visto un record nel numero di approvazioni di nuove centrali a carbone, superiore a quello dei tre anni precedenti messi insieme.

Questo non dovrebbe sorprendere nessuno. Una questione chiave con l’accordo commerciale Usa-Cina, e parte del motivo per cui è fallito, è stata l’insistenza degli Stati Uniti sul fatto che la Cina dovesse fornire un rapporto trasparente sul rispetto dei termini commerciali; e il fatto che, se i termini fossero stati violati, ci sarebbe stata una sanzione. Al regime cinese non piace essere costretto a rispettare i propri impegni. È lo stesso motivo per cui Pechino, con sorpresa di alcuni, ha ratificato la Convenzione contro la tortura, ma ha contestato la condizione che pone in essere un organo di controllo. E di conseguenza, l’Onu non ha il diritto di usare quell’organismo per monitorare se, o come, la Cina stia effettivamente seguendo la Convenzione, il che rende privo di significato l’impegno di Pechino.

Senza rapporti trasparenti, qualsiasi promessa che la Cina fa alla Cop26, o alla lotta contro il cambiamento climatico, sarà infranta ogni volta che sarà conveniente.

Di pari importanza è il fatto che la Cina sembra motivata a bloccare l’obbligo di report trasparenti perché richiederebbe il rilascio di dati più completi sullo stato della sua economia. Gli obiettivi di emissione sono infatti calcolati in base all’attività economica o al Pil: misurare gli sforzi di un Paese nel raggiungere gli obiettivi concordati richiederebbe quindi la condivisione di dati economici trasparenti. Ma il Pcc non vuole che il mondo veda il vero stato dell’economia cinese. Il Pcc crede di poter gestire efficacemente la sua crisi economica nascondendo le informazioni: questo per controllare la speculazione, che potrebbe danneggiare ulteriormente il già fragile stato economico.

I recenti problemi economici della Cina e la bolla immobiliare hanno ricevuto molta attenzione da parte dei media di tutto il mondo, ma le informazioni sono oscurate nel Paese. In realtà, i segni di deterioramento economico risalgono almeno al 2017. La crisi economica minaccia l’esistenza del Pcc e la sua legittimità a detenere il potere. Pertanto, la capacità di controllare le informazioni sull’economia cinese è fondamentale.

L’ossessione del Pcc per il potere e la paranoia personale di Xi Jinping – che vede minacce ovunque – rischiano ora di minare la cooperazione internazionale per gestire il cambiamento climatico.

 

Peter Dahlin è il fondatore dell’Ong Safeguard Defenders e il co-fondatore dell’Ong cinese China Action con sede a Pechino (2007-2016). È l’autore di «Trial By Media» e collaboratore di «The People’s Republic of the Disappeared». Ha vissuto a Pechino dal 2007, fino a quando è stato rinchiuso in una prigione segreta nel 2016, e successivamente deportato e messo al bando. Prima di vivere in Cina, ha lavorato per il governo svedese su problemi di uguaglianza di genere e ora vive a Madrid, in Spagna.

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

Articolo in inglese: China’s Refusal to Cooperate at COP26 Summit Shows How Fragile Its Economy Has Become

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