Gli altri negazionisti

Di Alessandro Starnoni

Il virus c’è, è improponibile negarlo. Anche se è comprensibile che negarne l’esistenza possa portare maggiore tranquillità a qualcuno. D’altronde, uno stato mentale sereno è fondamentale anche per una buona salute o per affrontare delle difficoltà.

Ma quello che fa arrabbiare la gente è l’atteggiamento poco coscienzioso dei cosiddetti negazionisti, che spesso non seguendo le norme anti-Covid rischiano di portare il virus a diffondersi ancora di più. E qui entra in gioco il classico principio del ‘la tua libertà finisce dove inizia la mia’.

A prescindere dal fatto che si creda o meno nel virus (del resto, ognuno è libero di pensare quello che vuole), è comunque doveroso seguire le leggi, indossando le mascherine e seguendo le norme in vigore in questo periodo decisamente particolare, se non altro per rispetto della collettività.

Ma c’è un punto sul quale in pochi si soffermano, tra una norma anti-Covid e l’altra, e tra uno sforzo e l’altro per cercare di porre fine a questa tragica pandemia che ha già portato via (ufficialmente) un milione di vite nel mondo: sembra che ogni scusa sia buona per evitare di parlare delle cause, e quindi di trovare un responsabile. Questa, la sia chiami come si preferisce, è in realtà un’altra forma di negazionismo, e forse ancora più pericolosa, considerando le circostanze d’attualità. In realtà questa forma di negazionismo è spesso inconsapevole tra le persone comuni, semplicemente poiché sovente non sono a conoscenza dei fatti rilevanti (non per colpa loro), ma più spesso consapevole tra i piani alti governativi a causa di determinati interessi.

Il virus è scoppiato a Wuhan, in Cina. Qualcuno avrebbe forse il coraggio di negarlo? E allo stesso modo, qualcuno avrebbe forse il coraggio di negare che non c’è stata la minima trasparenza da parte del Partito Comunista Cinese (Pcc) in merito a quello che è accaduto in casa propria (a cominciare dal sospetto numero dei casi e dei morti)? Perché nessuno vuole saperne di più? Perché nessuno reclama giustizia per i propri morti, oltre che piangerli?

Il primo contagio in Cina viene registrato il 17 novembre 2019, ma Pechino ha tardato almeno un mese e mezzo prima di comunicare al mondo l’esistenza e il genoma del virus. Una chiara evidenza di violazione del Regolamento Sanitario Internazionale, che chiede ai Paesi firmatari di informare tempestivamente il mondo di qualsiasi malattia che si sviluppi all’interno dei propri confini. E l’Oms a sua volta, di conseguenza ha impiegato più di due mesi per comunicare la trasmissibilità del virus da uomo a uomo e quindi l’emergenza sanitaria globale.

Il lockdown a Wuhan è scattato il 23 gennaio 2020, di conseguenza tutti i voli interni alla Cina sono stati bloccati. Tuttavia, Pechino ha permesso ai propri aerei di volare comunque all’estero, verso l’Italia fino al 30 gennaio (giorno in cui l’Italia stessa ha bloccato i voli dalla Cina), e verso l’Europa anche durante il mese di febbraio. A  cosa somiglia quest’ultimo, se non a un atto deliberato? Perché si nega l’esistenza di queste verità tanto eloquenti, quanto eclatanti?

David Matas, rinomato avvocato canadese per i diritti umani, ha dichiarato al sito Minghui.org che il non voler vedere, ovvero la negazione di quella che è la reale natura del Partito Comunista Cinese, e quindi il non voler condannare le evidenti violazioni dei diritti umani in Cina, ha portato al mondo questo coronavirus: «Se il sistema globale avesse insistito sulla trasparenza e la responsabilità nell’affrontare l’abuso dei trapianti di organi; e se la Cina fosse stata messa sotto pressione globale in tema di trasparenza e responsabilità del suo sistema sanitario per quanto concerne l’abuso dei trapianti di organi, non avremmo ora questo coronavirus. E adesso stiamo patendo le conseguenze dell’aver chiuso un occhio sull’abuso di trapianti di organi».

David Matas si riferisce al prelievo forzato di organi da prigionieri di coscienza, che avviene da anni su larga scala in Cina e per il quale la il regime cinese è stato recentemente accusato di crimini contro l’umanità in un’udienza pubblica internazionale. Non è forse questo legato, come il coronavirus, al non pretendere trasparenza dal sistema sanitario cinese? O al negare il fatto che ci siano evidenti problemi e gravissime violazioni a questo riguardo?

Come scrive il sito Minghui infatti, «David Matas ritiene che il problema fondamentale sia la natura bugiarda del Pcc. Dalle atrocità del prelievo di organi allo scoppio della Sars, il Pcc non ha mai cambiato il suo comportamento menzognero nel tentativo di coprire i suoi crimini e di apparire bello e forte alla comunità internazionale».

Se le responsabilità del regime cinese in questa pandemia sono evidenti, quindi, perché le si nega, e perché si fa finta di non vederle? Perché si nega persino un’indagine del tutto legittima in tale direzione? Di cosa si ha paura ormai, e cosa si ha da perdere, se non la dignità della propria coscienza nel non perseguire questo tipo di crimini contro l’umanità? E cosa si ha da perdere se non la serenità del nostro futuro? Il regime del Pcc, che non è la Cina (nazione, popolo e cultura millenari), è in questo momento il cancro del mondo, un mondo che deve assolutamente guarire dal proprio male, e non può farlo finché non accetta e riconosce quest’ultimo.

Alla fine di tutto questo quindi, quello che bisognerebbe realmente capire è se, per il bene futuro della nostra umanità, sia più d’ostacolo l’esistenza di qualche negazionista del virus, o decisamente più grave la larga presenza di quelli che, pur riconoscendo il virus, negano l’esistenza di un responsabile, come il Partito Comunista Cinese, che nel suo ultimo atto di spietata follia – senza dimenticare i precedenti – ha distrutto la vita di migliaia di famiglie e l’economia di interi Paesi.
Dallo scoppio del virus è già passato quasi un anno; e in effetti, da un certo punto di vista, la presenza dei negazionisti del virus è anche la conseguenza del fallimento, da parte dei governi, nell’aver identificato e condannato il colpevole.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

 
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