Il G7 è «seriamente preoccupato» dal regime cinese

Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, la ministra degli Esteri del Canada Anita Anand, la ministra degli Esteri del Regno Unito Yvette Cooper, il ministro per l’Europa e gli Affari esteri della Francia Jean-Noel Barrot, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, principe Faisal bin Farhan Al-Saud, il ministro degli Esteri del Sudafrica Ronald Lamola, il ministro degli Esteri della Corea del Sud Cho Hyun, il ministro degli Esteri del Messico Juan Ramon de la Fuente, l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza Kaja Kallas, il ministro degli Esteri del Giappone Toshimitsu Motegi, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, il ministro degli Esteri dell’India Subrahmanyam Jaishankar e il ministro degli Esteri del Brasile Mauro Vieira posano per una foto durante la riunione dei ministri degli Esteri del G7 a Niagara-on-the-Lake, in Ontario (Canada), il 12 novembre 2025
Photo: foto Reuters/Carlos Osorio.
Secondo il rapporto annuale dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri), la dittatura cinese sta incrementando il numero delle proprie testate nucleari a un ritmo superiore rispetto a qualunque altra nazione, di circa il 20 per cento all’anno. A gennaio 2025, Pechino disponeva di almeno 600 testate, il doppio rispetto al 2020, collocandosi così al terzo posto dopo Russia e Stati Uniti. A questo ritmo, potrebbe raggiungere gli Stati Uniti entro il 2030.
Il G7 ha poi riaffermato l’impegno a favore della pace nell’Indo-Pacifico, denunciando le azioni destabilizzanti della Repubblica Popolare Cinese e della Corea del Nord, a partire dai continui scontri tra unità della marina del regime cinese e delle filippine nelle acque che il regime considera (senza diritto) proprie.
I “Sette Grandi” hanno rinnovato inoltre il proprio sostegno al mantenimento della pace nello Stretto di Taiwan e con la Repubblica di Cina – altra area del Globo che il Pcc considera, senza alcun diritto, propria – e alla «partecipazione significativa di Taiwan alle organizzazioni internazionali».







